A cena da Giorgione, alla Via di Mezzo. Una “lacrima d’olio” tra orto e cucina.

Il nostro week end on the road in Umbria non aveva previsto una tappa a Montefalco, ma strada facendo abbiamo deciso di dedicare un pomeriggio a questa piccola cittadina umbra, che si è rivelata una vera chicca enogastronomica, oltre che culturale.

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Il piccolo paese di Montefalco è situato in cima ad una collina, circondato da vigneti e  uliveti millenari.  Grazie alla sua favorevole posizione panoramica è possibile avere, dai vari  belvedere che si incontrano durante la passeggiata, una fantastica vista a 360 ° sulla verdeggiante vallata  tra Perugia e Spoleto. In questa zona si producono il Sagrantino di Montefalco e il Montefalco Rosso , un vino DOC la cui produzione è consentita solo ed esclusivamente nell’intero territorio comunale di Montefalco, e in alcuni comuni della provincia di Perugia.

Il ristorante La via di Mezzo

Abbiamo avuto modo di degustare un Montefalco Rosso Riserva, della Cantina Antonelli, durante la nostra cena nell’osteria più famosa d’Italia. Alle otto in punto infatti, eravamo al Ristorante   “Alla via di Mezzo”, l’osteria del cuoco più simpatico della tv.  Protagonista indiscusso del programma culinario di Sky, Giorgione “orto e cucina”, Giorgio Barchiesi fa trovare nei suoi piatti la stessa cucina genuina, regionale  e  tradizionale  che abbiamo visto tante volte preparare nella sua trasmissione.Umbria, Giorgione orto e cucina, Ristorante la via di mezzo, trevaligie.

Ci accoglie sua moglie Marianna, magnifica padrona di casa. La mise en place è semplice e casereccia. I sottopiatti consumati e lievemente sbeccati, tutti differenti tra loro, danno alla tavola una nota allegra e conviviale.

Il buffet di antipasti 

Ci accomodiamo, e dopo aver fatto un primo brindisi con il Montefalco Riserva, ci fanno accodomodare al buffet degli antipasti.  Alla Via di mezzo, Giorgio Barchiesi propone da sempre un menù fisso, che comprende appunto una grandissima scelta di antipasti a buffet, e assaggi di due primi e di due secondi piatti, rigorosamente preparati secondo la stagionalità degli ingredienti. Il tutto seguito da deliziosi bocconcini di torte fatte in casa.Umbria, Giorgione orto e cucina, Ristorante la via di mezzo, trevaligie.

Il buffet degli antipasti di Giorgione

Inutile parlare di abbondanza. Formaggi tipici locali si alternano a  sublimi prodotti caseari italiani e francesi. Deliziose mostarde e marmellate accompagnano cotanta bontà. I salumi sono di primissima scelta, e si sciolgono in bocca.

Umbria, Giorgione orto e cucina, la via di mezzo, trevaligieNumerosi contenitori di coccio contengono le più svariate delizie gastronomiche locali. Pappa al pomodoro, fagioli in umido, trippa e testine, lampredotto, olive, insalatine fredde di cereali e legumi saziano la vista prima dello stomaco. Un mix di sapori, profumi deliziosi e colori caldi rapiscono i sensi. Umbria, Giorgione orto e cucina, Ristorante la via di mezzo, trevaligie.

Giorgio Barchiesi

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 Una volta a tavola ecco che arriva il simpatico Giorgione, col suo inconfondibile maglione rosso e la salopette di jeans che ormai contraddistingue il suo personaggio. Saluta con enfasi tutti i commensali da buon padrone di casa, consiglia cosa assaggiare, i vini da abbinare. E’ incline alla risata e molto socievole con tutti. Disponibilissimo a farsi fotografare.Umbria, Giorgione orto e cucina, Ristorante la via di mezzo, trevaligie.

Il menù della serata

E’ difficile continuare dopo aver spizzicato tutte le deliziose pietanze del buffet. Ma ecco che arrivano i primi piatti da degustare. Un vassoio abbondante di strangozzi con peperoni, guanciale e pomodorini, seguito da un profumatissimo assaggio ( si fa per dire) di pasta al sugo di paljata. Quest’ultima una vera delizia. Sapori bilanciati, mai invadenti, nonostante tutte le portate siano a base di carne.

La prima portata dei secondi piatti è una faraona al forno, cucinata in maniera divina. Morbida, gustosa, non banale.  Nota di merito poi per lo stracotto di manzo. Gusto deciso, carne morbida e polposa. Va via una seconda bottiglia di Montefalco Riserva, 14 gradi e mezzo. Un rosso che riesce a equilibrare non solo piatti così strutturati, ma anche pietanze saporite come i formaggi stagionati oppure i salumi.

Giorgione a metà serata saluta tutti, e si dirige al nuovo ristorante che ha aperto assieme ai figli, il Villa Selva Country House. Si sente in dovere di fare una comparsata anche li, per non deludere gli ospiti. Perché diciamocelo, prima ancora della sua cucina, in molti, noi compresi, vogliono conoscere luiUmbria, Giorgione orto e cucina, Ristorante la via di mezzo, trevaligie.

La serata si conclude con una degustazione di torte fatte in casa con ingredienti semplici e genuini. Dolci  classici, come la torta di mele e la torta di cioccolato e ricotta. Deliziosi bocconcini uno tira l’altro. Ci alziamo satolli, ed anche leggermente alticci.

Perché ci è piaciuto

Il locale è semplice ed accogliente, una classica osteria a conduzione familiare. Arredi pochi ma essenziali e come già detto, una tavola apparecchiata in maniera semplice, casalinga. La gentilezza è una costante. Dai padroni di casa ai camerieri, tutti hanno sempre una parola gentile, un sorriso e un accortezza, nonostante il locale  colmo di persone. Le porzioni sono abbondanti. Vi consiglio di non esagerare con gli antipasti come abbiamo fatto noi. Vale la pena di assaggiare fino all’ultima portata. Come dico spesso, la semplicità paga sempre, e questo posto ne è la prova. Giorgione non stupisce con piatti gourmet, elaborati e graziosamente impiattati. Giorgione nel piatto ci mette la genuinità. 

Costi

Il menù è fisso, come già specificato. Si spende sui 30 euro a persona, bevande escluse. Considerando la quantità delle porzioni e soprattutto la qualità degli ingredienti direi che il rapporto qualità prezzo è più che equilibrato.

Animali ammessi

La Via di Mezzo è un locale pet-friendly. Gli animali sono ammessi, sempre accompagnati da padroni educati.

Consiglio

Vi consiglio di prenotare almeno un paio di mesi prima se avete intenzione di assaggiare la cucina tipica di Giorgio Barchesi. La lista d’attesa è molto lunga. Soprattutto nei week end è quasi impossibile trovare un tavolo. 

Giorgione Alla Via di Mezzo | Montefalco (Pg) | via Santa Chiara da Montefalco, 52 | tel. 0742.362074 | email: allaviadimezzo@libero.it

 

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Le alici salate. Una tradizione di casa.

Adoro le tradizioni locali, ormai lo sapete, e sapete anche che  di Gaeta amo soprattutto la zona detta Peschiera, dove i pescherecci si ritirano al tramonto carichi del loro bottino, seguiti da stormi di gabbiani in cerca di avanzi. Anche mio nonno, che non ho mai conosciuto purtroppo, era un pescatore. Si arrangiava come poteva per permettere alla famiglia una vita dignitosa. Di lui sò poco e niente, perché se n’è andato via prematuramente lasciando a due figli poco più che adolescenti di provvedere al sostentamento della famiglia. Perché parlo di mio nonno? Perché, grazie a lui, mio padre ha imparato a preparare le alici salate. Si, le famose alici sottosale, che si trovano anche nei supermercati dentro eleganti vaschette. Ma le nostre sono diverse. Sono frutto di anni e anni di  pratica, di arte sapiente della preparazione. Un’arte antica quasi quanto il mondo, tipicamente presente nei paesi di marealici salate, tradizione di Gaeta, trevaligie

Un rito annuale a casa nostra. Mio padre passa  ore ad eviscerare, sistemare e coprire con il sale le  alici polpose, selezionate con cura. Un usanza meravigliosa, la nostra, che ci permette di assaporare le alici in  inverno, una volta dissalate,  su crostini di pane e burro, accompagnate dalle puntarelle, dei germogli di cicoria dal caratteristico gusto amarognoloalici salate, tradizioni, Gaeta, trevaligie

Preparazione

Per prepararle servono solo 2 ingredienti: le alici e il sale grosso.

Per 10 kg di alici, occorrono 5 kg di sale grosso.

Le alici devono essere freschissime, medio-grandi e  con la carne soda.  Luglio è il mese ideale per prepararle, perché in questo periodo si pescano le alici migliori. Un accortezza che ricordo in maniera particolare è il fatto che le alici, prima di essere conservate nel contenitore di coccio, non devono essere lavate con acqua corrente. L’acqua di fontana potrebbe farle marcire.  Quindi si eviscerano, e si lasciano a sgocciolare per una notte in un colapasta. Dopodiché si cosparge il fondo del contenitore con il sale grosso, e si cominciano  a sistemare le alici disponendole in fila, e alternando testa e coda per recuperare spazio e per permettere al sale di penetrare bene. Si continua così fino a che il contenitore non è quasi pieno. Bisogna lasciare circa 2/ 3 cm  liberi dal bordo del contenitore, che vanno riempiti poi con il sale. Si coprono quindi con un tappo di sughero, o di polistirolo, sul quale va poggiato un peso. Una pietra, una bottiglia d’acqua, qualsiasi cosa che riesca a fare pressione sulle alici, le quali  dovranno rimanere pressate e in salamoia per almeno 2 mesi, conservate in un  luogo buio e fresco. Sotto l’arbanella bisogna  mettete  un recipiente pronto a raccogliere il liquido in eccesso che straborderà durante il processo di salatura.

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La dissalatura

 Trascorso il tempo necessario le alici sono pronte per essere gustate. Come?

Si preleva la quantità di alici necessaria dalla garbanella, avendo cura di risistemare bene il sale sulle restanti. Bisogna metterle quindi in ammollo in acqua per almeno mezz’ora, in modo da reidratarle. Dopodiché si toglie loro la lisca e  il sale rimanente sotto acqua corrente, e vanno sistemate ben  stese in  un vassoio,  completamente ricoperte di olio extra vergine di oliva.

Bene, ora sono pronte per essere gustate.

Sul Cucinale.com ho trovato un ottima ricetta da realizzare con le alici salate nostrane. Non mi resta che augurarvi buon appetito!

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Gestire l’intolleranza al lattosio in viaggio: Lactojoy

Ho una forte intolleranza al lattosio, da diversi anni. Purtroppo in viaggio è molto penalizzante, soprattutto perché nella cucina estera viene usato abbondantemente il burro invece dell’olio, e diversi intingoli a base di latte o yogurt  per condire le portate. Nonostante l’intolleranza al lattosio non possa essere curata  con i farmaci in maniera definitiva, si possono assumere  sostituti enzimatici formulati con lattasi che, anche se non risolvono il problema, ne possono attenuare i sintomi.

Non ho mai usato prodotti farmacologici per il mio problema, perché spesso  queste pillole sono piene di additivi ed edulcoranti, inutili e dannosi per l’organismo.

Ma stanca di rimanere a volte digiuna, o di accontentarmi di pietanze scondite, e soprattutto di non poter assaggiare i prodotti tipici del paese in cui sono in visita, ho optato per delle pillole naturali che potessero darmi un valido aiuto soprattutto in vacanza.

Lactojoy: compresse di lattasi

Ho trovato e provato le pillole  Lactojoi,  che contengono un quantitativo molto elevato di enzima della lattasi: 14.500 FCC.  La loro formulazione contiene solo l’enzima lattasi ed  un agente distaccante composto esclusivamente da fibre vegetali e fecola di patate biologica.  Lactojoy quindi è un prodotto vegano, non contiene né  istamina né glutine.Lactojoy, intolleranza al lattosio, gestire le intolleranze in viaggio, trevaligie

Modo d’uso

Si assume una compressa di Lactojoy poco prima dei pasti che contengono lattosio. La dose varia a seconda della quantità di lattosio che si presenta nel pasto e dal grado di intolleranza. Ad esempio per mangiare una pizza margherita mi è bastata una sola pasticca per non avere alcun tipo di problema.  Ovviamente non è possibile calcolare l’esatta quantità di lattosio presente in un pasto, per cui ho dovuto fare alcuni test  per capire come regolarmi con la dose.  Inoltre le compresse Lactojoy sono facilmente divisibili, per cui, se volete togliervi lo sfizio di mangiare un quadretto di cioccolato al latte, potete assumere anche solo mezza pasticca! L’importante è non farne un uso sregolato, e non assumerne più di dieci al giorno.

Packaging

Lactojoy presenta una confezione molto easy, ben lontana dai soliti blister medicinali. E questo dà al prodotto un marcia in più. Le pillole, due, sono contenute in pacchetti molto carini, simili a quelli delle caramelle, dal design molto fresco e  giovanile. Inoltre sono  di misura contenuta, facilmente portabili in borsa, o addirittura nel portafoglio.  Nella confezione ho trovato anche dei simpatici adesivi.

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Se i sintomi continuano o peggiorano nonostante l‘assunzione corretta di LactoJoy ad un dosaggio sufficiente, consultate il vostro medico. 

Perché usarlo

In viaggio, o in tutte le situazioni in cui non si riesce a sapere la quantità di lattosio presente nei pasti che si andranno a consumare, Lactojoy è un valido aiuto. Avere una pasticca sempre a portata di mano vi permette di godervi i prodotti tipici locali in pieno relax, soprattutto quando non sono specificati gli ingredienti. 

Contatti 

Per saperne di più potete visitare il sito ufficiale
Web:[
www.lactojoy.com]
FB:
https://www.facebook.com/lactojoy.italia/

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Ronda: viaggio on the road con i bambini nella penisola iberica

Ho fatto la corte a Ronda per  diversi anni. Sentivo che dovevo assolutamente  vedere di persona l’imponente gola de El Tajo, e le due città, la vecchia e la nuova Ronda,  unite dall’imponente  Ponte Nuevo, che avevo tante volte visto in fotografia. 

L’ho quindi inserita nell’itinerario del nostro viaggio on the road nella penisola iberica, anche se già sapevo che non sarebbe stato facile riuscire a fermarci li. Invece, una volta arrivati a Marbella,  ci siamo resi conto che in un oretta saremmo arrivati senza grossi scossoni a Ronda, e avremmo potuto fare una visita di almeno un giorno immersi  nella sua storia e nelle sue strade millenarie.

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Visitare l’Andalusia senza passare da Ronda è impensabile. Ronda è una città aspra ma accogliente e  la sua posizione la rende un luogo speciale, quasi magico. Si trova in provincia di Malaga, in una zona montuosa della  Sierra de las Nieves. La strada che porta a Ronda da Marbella, la Carretera de Ronda,  è una strada molto panoramica, ma è anche una delle strade più insidiose della Spagna. Vi raccomando ad una guida prudente, date le pareti franose e i continui  strapiombi che incontrerete  durante il tragitto. Inoltre la strada è percorsa anche da camion o tir, che in salita vi faranno rallentare di non poco la corsa, e in discesa possono piombarvi dinanzi a velocità sostenuta. Siate sempre prudenti. Una volta arrivati alla metà sarete senz’altro premiati dalla vista stupenda del Ponte Nuevo, illuminato dai raggi del sole di mezzogiorno. I parcheggi sono nella città nuova, che vi consiglio di lasciare immediatamente per tuffarvi a capofitto nella Ciutad.

Il Ponte Nuevo di Ronda

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La ciudad è la vera essenza di Ronda, l’antico centro moresco che racchiude tutti i punti di interesse della città. Per accedervi passerete sul punto più suggestivo del paese, ossia il Ponte Nuevo, che unisce le due città divise dalla gola del El Tajo. Il ponte venne completato solo nel 1793, dopo quasi 40 anni di lavori.  Un panorama unico, impressionante ed affascinante al tempo stesso.

Ronda, Andalusia, viaggio on the road, viaggio con bambini, Trevaligie I colori delle rocce della gola  si fondono con le tonalità calde delle colonne che sorreggono il ponte. Lo scroscio dell’acqua sottostante che echeggia nella gola e il vento fresco ci accolgono in questa giornata soleggiata e rendono il  momento idilliaco. Cerco di scattare qualche foto dall’alto ma la profondità  è talmente evidente che vengo presa da un attacco di vertigini. Passiamo il ponte affollato e ci immergiamo  nella Ciudad.

Plaza de Toros 

Percorrendo Calle Espinel arriviamo nell’ariosa e luminosa Plaza del Socorro. La piazza è molto frequentata dagli abitanti di Ronda, visto che qui si concentro negozi e locali come bar e ristoranti.Ronda, Andalusia, viaggio on the road, viaggio con bambini, Trevaligie

Poco distante incontriamo Plaza de Toros, la piazza più famosa dell’Andalusia e della Spagna stessa. Il perché è presto detto. Qui venne fondata la Maestranza, un antichissimo ordine di cavalieri specializzati nella Corrida, e  fù proprio qui che ebbe luogo la prima Corrida della storia.

Ronda, Andalusia, viaggio on the road, viaggio con bambini, TrevaligieAnnualmente a settembre, nella Real Maestranza, l’arena più grande di tutta la Spagna con ben 14 mila posti a sedere, si svolge la Corrida Goyesca, una manifestazione che rievoca le corride storiche. Tutti, dai toreri ai cittadini, indossano i tipici abiti Goyeschi,  portando in scena le usanze della borghesia spagnola del 1700.

Non sono amante delle Corride, dunque non ho visitato il museo taurino, né sono entrata nella Maestranza. Abbiamo proseguito invece verso il Mirador di Ronda.

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Mirador di Ronda

Entriamo nell’autenticità di questa città andalusa. Siamo letteralmente sull’orlo di un precipizio. Il bellissimo balcone panoramico sospeso nel vuoto è inquietante. Ci attrae e ci respinge al tempo stesso. Per affacciarmi devo prendere coraggio. Ma una volta posati gli occhi sulla vallata circondata dalle montagne selvagge si ferma il respiro.

Ronda, Andalusia, viaggio on the road, viaggio con bambini, TrevaligieLa paura si trasforma in stupore, poi in adorazione. Un panorama eccezionale, unico al mondo. Siamo sospesi nel vuoto, ammaliati da tanta meraviglia e sappiamo che il meglio deve ancora venire.

Mirador de Ponte Nuevo

Superata Plaza Duquesa de Parcent, ci si avvia verso l’uscita dalla Ciudad e ci si può spingere verso la Carretera de los Molinos. Da qui si diramano diversi sentieri che portano a diversi punti di osservazione sul Ponte Nuevo.

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Con un pò di difficoltà siamo riusciti a trovare, prima a di lasciare la città, il Mirador de Ponte Nuevo, il punto panoramico dove vengono scattate le foto più suggestive di Ronda.  Dalla Ciudad la strada non è molto facile da percorrere, con il passeggino poi sarebbe stato impossibile. Allora abbiamo cercato e trovato dopo qualche giro a vuoto,  la strada per arrivarci in macchina. Non so come, ma alla fine ci siamo riusciti. Anche con la macchina non è semplice, perché sembra più una mulattiera che una strada carrabile, ma facendo molta attenzione è possibile scendere, e scegliere il punto migliore per scattare qualche foto. Io mi sono arrampicata da sola per un sentiero un pò pericoloso, perché sdrucciolevole, ma ho visto che sulla cima vi erano già due giapponesi e ho pensato che avrei potuto farcela anch’io. Infatti una volta arrivata a destinazione, sana e salva, ho chiesto loro di farmi una foto col ponte alle spalle.

La vista da qui è a dir poco spettacolare. Mi sono sentita minuscola. Da questo punto si riesce ad ammirare la magnificenza del Ponte Nuevo, che domina tutta la vallata tenendosi stretto le due cittadine, la vecchia e la nuova.

Gastronomia

Ci sono molte specialità e piatti tipici nella zona di Ronda, ma noi per pranzo abbiamo optato per un panino al volo. Devo dire di aver fatto un ottima scelta. Ci siamo fermati strada facendo alla Casa del Jamon, dove preparano panini davvero superlativi, e in più hanno una graziosa area riservata alla degustazione dei loro prodotti. Invece una volta lasciata Ronda, ci siamo fermati nell’unico locale trovato scendendo da quelle montagne. Una trattoria rustica, come poche avevo mai incontrato.

Ronda, Andalusia, viaggio on the road, viaggio con bambini, trevaligieUn piazzale polveroso dove parcheggiare,  una gestione familiare nel vero senso della parola. Madre cuoca, marito oste, figli adolescenti camerieri. Sembrava di mangiare nel salone di casa loro. Abbiamo assaggiato due specialità della casa, consigliateci dal gentile proprietario. Un entrèè di Jamon iberico, uno cosciotto di agnello egregiamente  cotto al forno, e attenzione…una coda di toro! E non potete capire che bontà fosse!

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Se siete in zona e avete più giorni a disposizione da dedicare alle degustazioni, provate la zuppa di mandorle e carciofi, la famosa salsiccia Rondeña, il formaggio di capra, e la caldereta de chivo, uno spezzatino aromatizzato alla paprika fatto con carne di capra.

Informazioni utili

Se visitate Ronda in alta stagione, portate con voi abbondante acqua, occhiali da sole e cappello. Il sole scotta. Non dimenticate una giacca a vento, perché nel pomeriggio arrivano raffiche anche abbastanza forti, vista l’altitudine. Portate sempre un cambio per i bambini, e fateli bere spesso. Molte zone, come i sentieri che portano ai Mirador, non sono adatti ai passeggini.

 

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I fuochi di San Giuseppe. La notte magica di Itri.

 

Una serata magica, quella dedicata ai Fuochi di San Giuseppe di Itri,  durante la quale vengono accesi enormi falò  in diversi punti del paese, per celebrare l’arrivo della primavera. Anche quest’anno siamo riusciti a partecipare a questa folcloristica manifestazione, complice la bella serata e le temperature miti.

Inizio del tour

Iniziamo il nostro tour gastronomico dal rione Gianni Rodari, degustando dell’ottima polenta al sugo di cinghiale e spezzatino di capra. Il tutto accompagnato da un buon bicchiere di vino rosso. 

Colorati fuochi d’artificio alle otto in punto danno il via all’accensione dei fuochi, e tutto il paese inizia a scaldarsi, ad animarsi, a ballare attorno ai grandi falò.

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Proseguiamo verso il castello di Itri, passeggiando tra bancarelle di artigianato locale,  ci arrampichiamo sulle bellissime scalinate, e strada facendo ci fermiamo a quello che ritengo il fuoco più pittoresco della manifestazione. Fuochi di San Giuseppe, Itri, Gastronomia e tradizione, TrevaligieRimasto intatto nel corso degli anni, al fuoco del rione San Martino, piccolo e accogliente, ancora si servono fagioli e cotiche sapientemente praparati nelle case dei paesani,  in una piccola e deliziosa piazzetta. Assaggiamo queste prelibatezze seduti sulle bianche scalinate, gettiamo qualche ramo di ulivo nel falò sperando che porti fortuna e continuiamo la nostra scalata  verso la bellissima terrazza panoramica del rione Sant’Angelo.

La terrazza panoramica di Itri

Una volta arrivati in cima veniamo accolti da una coinvolgente musica popolare e da un odore di salsiccia nostrana alla braceIl falò prende quasi tutta la piazza, e i bambini si divertono ad attizzare il fuoco con i rami di ulivo, accatastati in un angolo  e disponibili per chiunque voglia partecipare a rimpinzare il  falò.Fuochi di san giuseppe, itri, trevaligie

Qui assaggiamo le “tiritelle”, fagotti di pasta di pane impastati con le olive e poi fritti nell’olio bollente. Una chicca che non ricordo di aver mai trovato durante l’annuale giro dei fuochi. Assieme alle buonissime tiritelle, assaggiamo salsiccia e marzolino, un tipico formaggio che si produce nel mese di marzo, fatto con latte di capra, pecora e mucca miscelati fra loro.

Lasciamo l’affollata terrazza e ci dirigiamo verso il fuoco di Porta Mamurra, dove nonostante la fila consistente, riusciamo a prendere qualche vassoio con maialino arrosto, patate al forno e olive. Ovviamente tutto accompagnato da un bicchiere di vinello rosso locale.

Le zeppole itrane

Decidiamo di prendere il dessert al rione Straccio, dove servono le tipiche zeppole di San Giuseppe.Differenti dalle classiche zeppole farcite di crema , le zeppole itrane sono palline di pasta lievitata, fritte nell’olio e passate ancora bollenti nello zucchero semolato. Mangiate calde sono una vera delizia

La musica e gli artisti di strada sono il non plus ultra della manifestazione. Le melodie popolari, il suono delle castagnette e dei tamburelli, riecheggiano in ogni rione, coinvolgendo le persone in balli improvvisati.

Ringraziamenti

Questa festa ha origini molto antiche, e coinvolge da sempre tutta la comunità locale. L’affiatamento dei cittadini è l’ingrediente principale della manifestazione. Grazie soprattutto al loro impegno, all’organizzazione dei rioni, del comune e della Pro Loco che la festa di San Giuseppe è riuscita a crescere e a farsi conoscere nel corso degli anni.  Ormai la città di Itri accoglie egregiamente e senza intoppi migliaia di persone durante lo svolgimento della tradizionale manifestazione.

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Uno spettacolo bellissimo e alla portata di tutti, all’insegna della degustazione dei prodotti tipici e della buona musica popolare. Un occasione per visitare la splendida città di Itri, perdersi nelle sue caratteristiche viuzze e assaporarne la veracità.

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Il Tortano Gaetano

Si avvicina Pasqua, ed il ricordo più dolce che ho della mia infanzia è mia nonna in cucina che preparava una decina di tortani, i tipici ciambelloni  pasquali di Gaeta, fatti con pochi e semplici ingredienti, glassati e decorati poi con confettini colorati.  Molti erano da regalare, alcuni rimanevano a noi della famiglia. Si usava molto portare in dono ai conoscenti un tortano gaetano fatto a mano come dono per la Pasqua, e qualcuno ancora rispetta questa tradizione.tortano gaetano, gaeta, tradizioni gaetane, trevaligie

Il Tortano nella mia infanzia

Ricordo che mia nonna si preparava gli ingredienti in fila sul tavolo. Sacchetti di farina, uova, latte. Zucchero semolato e zucchero a velo davano un odore dolciastro a tutta la stanza. Non usava le fruste. Non esistevano ancora robot o fruste elettriche. Sono arrivate qualche anno più tardi. Mia nonna usava le mani. Si, le mani. Sbatteva forte tutti gli ingredienti usando una mano a mò di frusta. Il forno rimaneva acceso un pomeriggio intero. Si cominciava subito dopo pranzo e non si poteva accendere nient’altro in casa. Tv, radio, asciugacapelli. Niente. Ogni possibile calo di energia avrebbe fatto “ammosciare” il tortano in forno. Stavamo tutti riuniti in cucina ad aiutare, a guardare, a chiacchierare. Spesso, se le temperature lo permettevano, mi mettevano a fare la guardia fuori il balcone, e dovevo intercettare chiunque avesse intenzione di bussare al campanello! Mia nonna sosteneva che anche il campanello toglieva energia al forno, e quindi poteva compromettere la lievitazione del dolce. Mah, chissà se era poi tanto vero. Fatto sta che ubbidivo, seguivo il procedimento e aspettavo con ansia di aiutare a montare i bianchi. Sul tortano gaetano infatti va stesa una glassa bianca, fatta di albumi e zucchero a velo,  che poi accoglierà tantissimi confetti colorati.

tortano gaetano, gaeta, tradizioni, pasqua, trevaligieEcco, io aspettavo di montare l’albume con lo zucchero al velo e una spruzzata di limone. Giravo fortissimo con la frusta fino  a che non sentivo dolore al polso. La ricompensa era golosa. Avrei potuto pulire il fondo della scodella contenente la glassa avanzata. Questa glassa bianca e profumata nel nostro dialetto viene chiamata “gliu naspr”. Un passaggio vitale per la buona stesura del naspro era di farlo sul tortano ancora caldissimo, praticamente appena sfornato e tolto dalla teglia. Solo così avrebbe aderito benissimo alla superficie del dolce. Io ancora una volta mi rendevo utile cospargendo il tortano di confettini  colorati e anicini.

La storia del verme 

Una volta pronti, i nostri dolci venivano incolonnati sul tavolo della sala da pranzo. Quelli che sarebbero andati in dono venivano impacchettati con la carta da modellismo, una carta sottilissima e bianca,  legata con nastrini colorati. I nostri rimanevano in bellavista, coperti da canovacci. Per non farceli mangiare ne toccare, ci dicevano che all’interno c’era un verme, e che questo sarebbe andato via solo il giorno di Pasqua. Solo allora avremo potuto gustare il frutto di tutta la fatica dei giorni precedenti.

La ricetta della nonna

Fare i tortani per Pasqua era un rito a casa nostra. Ero molto piccola e molti ricordi sono confusi o svaniti. Ma le sequenze, i profumi, i riti scaramantici durante la cottura, li ricordo benissimo.

Vi lascio la ricetta di mia nonna, che potete trovare anche su IlCucinAle.com, e che è quella che ancora continuo ad usare anche io.  Viene sempre benissimo, nonostante in casa, durante la cottura in forno, siano accesi tutti gli elettrodomestici possibili ed immaginabili.  Per comodità metto tutti gli ingredienti in sequenza nella Kitchen Aid e impasto. L’unica accortezza che uso, proprio come nonna, è di non aprire mai il forno prima che sia passata mezz’ora. Dopo di che si può fare la prova con lo stuzzicadenti per vedere se il tortano è cotto.

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La ricetta

4 tuorli
250 grammi di zucchero
300 grammi di farina
1 bicchiere di latte
1/2 bicchiere di olio di semi
2 gocce di liquore strega
1 bustina di lievito per dolci

Montate i tuorli con lo zucchero, fino ad avere un composto spumoso, di seguito aggiungete man mano la farina setacciata con il lievito, il latte, l’olio e la strega e amalgamate bene. Nonna non usava lievito chimico, ma un cucchiaio di bicarbonato.
Infarinate lo stampo per ciambellone prima con il burro e poi con la farina. Inserire il composto al suo interno ed infornate a forno preriscaldato a 180 gradi. Usate il forno statico e mai ventilato.
Trascorsi una ventina di minuti controllate con uno stuzzicadenti la cottura (io uso quelli da spiedino, che arrivano nel centro del dolce) . Se lo stuzzicadenti esce perfettamente asciutto il dolce è cotto.

Per fare la glassa

Montate l’albume con lo zucchero a velo ed il limone e spennellate la glassa sul tortano ancora caldo.  Completate cospargendo i confettini colorati.tortano gaetano, gaeta, tradizioni gaetane, trevaligie

Se avete bambini in casa, figli o nipoti, lasciate a loro quest’ultimo passaggio. Si divertono come matti, e poi date loro per ricompensa la glassa avanzata nella ciotola, proprio come faceva mia nonna. Chissà magari anche loro, nel periodo di Pasqua, ricorderanno con gioia questo rito speciale. 

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