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Ci sono partenze che si preparano con mappe, prenotazioni e valigie ben organizzate. E poi ci sono quelle che iniziano dentro di noi, come un movimento lento, quasi impercettibile, che ci invita a lasciare andare. A lasciare andare ciò che non serve più, ciò che pesa, ciò che trattiene. Un viaggio, nella sua essenza più autentica, è proprio questo: un esercizio sottile e continuo di liberazione. E spesso non ce ne accorgiamo finché non siamo già lontani da tutto ciò che ci è abituale. Perché il viaggio funziona così. Smantella le certezze, allenta le rigidità, graffia le superfici per mostrare ciò che siamo sotto le consuetudini. Lo fa con delicatezza quando può, e con forza quando deve. E in questo processo ci educa, ci affina, ci apre.

Il viaggio insegna l’arte del lasciare andare

Lasciare andare il controllo

Tutti, chi più chi meno, viviamo aggrappati a una forma di controllo. È rassicurante, conveniente, socialmente approvato. Il controllo crea una trama ordinata ai nostri giorni, ci fa sentire protetti, ci dà l’illusione di avere tutto in mano. Eppure, nel momento in cui mettiamo piede fuori dal nostro mondo conosciuto, quella trama si sfilaccia.

Un volo ritarda. Un autobus non passa. Una stanza non è come ce l’aspettavamo. La pioggia rovina un’escursione programmata da mesi. Le persone si comportano in modi che non avevamo previsto. Le distanze sono più lunghe o più corte. Le città più rumorose o più silenziose. Gli imprevisti più frequenti. I ritmi completamente diversi.

E allora succede qualcosa. Ci accorgiamo che non possiamo controllare tutto. Non possiamo anticipare ogni variabile, non possiamo proteggere ogni istante dalla sorpresa.

All’inizio questo ci disturba. Ci toglie sicurezza, ci fa sentire vulnerabili. Ma basta poco, basta un passo fuori dall’ansia di “far funzionare tutto”, per scoprire qualcosa di sorprendente. Quando smetti di trattenere ogni cosa, si apre uno spazio nuovo. Uno spazio in cui cominci a guardare con occhi diversi, più morbidi, più disponibili. È in quel momento che arriva la prima grande lezione del viaggio: la vita non va controllata, va incontrata.

Il viaggio insegna l'arte di lasciar andareLasciare andare il superfluo

Gli oggetti sono straordinari nel loro modo di occupare spazio. Non solo fisico, ma mentale. Quando viaggiamo, ce ne accorgiamo in un modo molto concreto: la valigia. È lo specchio perfetto di ciò che crediamo necessario per esistere. E spesso, quasi sempre, porta con sé molto più del necessario.

C’è chi la riempie di vestiti “per ogni evenienza”, chi di accessori, chi di ciò che “non si sa mai”. Ma il viaggio, implacabile nella sua sincerità, ci fa capire presto che metà di ciò che abbiamo portato rimarrà lì, inutilizzato. E allora capiamo che portare meno rende più liberi. Più veloci, più flessibili, più presenti. La leggerezza diventa una scelta, e non solo nella valigia. Diventa una filosofia sottile, un modo di vivere che si estende a tutto: alle emozioni inutilmente trattenute, alle relazioni che pesano, alle frustrazioni che inghiottono energie, ai pensieri ripetitivi che soffocano.

Viaggiare ci allena a distinguere ciò che nutre da ciò che ingombra. Ci insegna che non serve molto per stare bene: basta ciò che è essenziale, autentico, vivo.

Il viaggio insegna l’arte del lasciare andare

Lasciare andare le aspettative

Forse la parte più difficile da lasciare andare, quando si viaggia, sono le aspettative. Sono sottili, quasi invisibili. Eppure, guidano più di quanto crediamo. Ci immaginiamo i luoghi prima di vederli, le emozioni prima di provarle, le persone prima di incontrarle.

Viviamo spesso più nel “come dovrebbe essere” che nel “come è davvero”.

Eppure i luoghi reali sono molto più interessanti di quelli immaginati. Hanno rughe, contraddizioni, angoli imperfetti. Hanno profumi imprevisti, storie non dette, colori che cambiano a seconda dell’ora. Non seguono un copione, ma esistono semplicemente così come sono.

Quando lasciamo andare le aspettative, possiamo finalmente accorgerci della loro verità. Possiamo innamorarci di un vicolo inaspettato, emozionarci per una conversazione inattesa con uno sconosciuto, sentire la poesia nascosta in un dettaglio senza importanza. Il viaggio, allora, diventa un dialogo sincero tra noi e il mondo, senza filtri. Non più una rincorsa verso ciò che ci aspettiamo, ma un abbraccio verso ciò che incontriamo.

Il viaggio insegna l'arte di lasciar andareIl viaggio e la magia del presente

E poi arriva la parte più affascinante. Il viaggio ci riporta al presente. Non al futuro che immaginiamo, non al passato che ricordiamo, ma a ciò che accade ora. Il presente è lo spazio più difficile da abitare nella vita quotidiana, ma in viaggio diventa un rifugio naturale. Perché ogni cosa è nuova, sorprendente, irripetibile.

L’odore del pane al mattino in una strada sconosciuta, il suono di una lingua che non comprendiamo, il vento che arriva da direzioni diverse, un panorama che si apre all’improvviso dopo una curva. Non è possibile essere altrove quando ci troviamo nel mezzo di tutto questo. La mente smette di correre e finalmente si ferma.

E in quello stop, in quella quiete improvvisa, comprendiamo una verità semplice ma potentissima: la vita accade soltanto qui.

Il viaggio insegna l’arte del lasciare andare

La lezione più grande che un viaggio può dare

Lasciare andare non è perdita: è spazio. È spazio che si apre nella valigia, nella mente, nel cuore. È un atto di fiducia verso il mondo e verso noi stessi.

Quando lasci andare il controllo, scopri che l’imprevisto ha un suo ritmo e una sua grazia. Quando lasci andare il superfluo, scopri che la leggerezza non toglie, ma aggiunge. Quando lasci andare le aspettative, scopri che la realtà è molto più generosa di quanto immaginavi.

E allora, cosa resta?

Resta la libertà. La libertà di accogliere ciò che accade senza opporre resistenza, di vivere davvero ogni incontro, anche il più fugace.
La libertà di immergersi nel presente come fosse un oceano pieno di possibilità, di sentire che, ovunque tu sia, puoi essere te stesso in modo più sincero.

Un viaggio insegna l’arte del lasciare andare perché, paradossalmente, è proprio nel lasciare andare che ritroviamo ciò che conta davvero.

E quando torniamo, portiamo con noi una consapevolezza preziosa: il mondo non chiede di essere controllato, ma vissuto.
E la vita non chiede di essere prevista, ma accolta. Il viaggio ce lo ricorda ogni volta. È la sua magia più grande. Ed è la ragione per cui continuiamo a partire.

C’è chi dice: Io non sono un turista, sono un viaggiatore. Una frase che negli ultimi anni è diventata quasi un mantra, soprattutto sui social e tra chi ama raccontare le proprie avventure. Ma davvero tra turista e viaggiatore c’è questa grande differenza? Personalmente credo di no. Viaggiare non è mai stato una questione di etichette: è un’esperienza che cambia, che si adatta e che ognuno vive a modo suo.

Turista o viaggiatore?

Nell’immaginario collettivo, il turista è quello che segue itinerari prestabiliti, visita i luoghi più famosi e spesso si affida a visite guidate. È la persona con la macchina fotografica al collo, che non si perde un’attrazione simbolo e che vuole portare a casa il ricordo di ciò che ha visto.

Il viaggiatore, invece, viene descritto come l’esploratore curioso, quello che si perde tra le stradine meno battute, che preferisce un pranzo in una piccola osteria fuori dal centro piuttosto che un ristorante per turisti, che cerca il contatto con la gente del posto e prova a vivere la quotidianità come se fosse parte di quella cultura.

Sulla carta sembrano due mondi opposti, ma nella realtà queste due figure spesso si intrecciano e convivono nella stessa persona.

Perché non c’è una vera differenza

Quando partiamo, siamo un po’ turisti e un po’ viaggiatori. Possiamo restare affascinati da una cattedrale famosa e scattare cento foto, e subito dopo perderci senza meta tra i vicoli meno conosciuti di un borgo. Possiamo seguire una guida per scoprire i segreti di un museo, e allo stesso tempo lasciarci guidare dall’istinto per scoprire un mercatino locale o un sentiero nascosto.

Non è una questione di categorie, ma di momenti. Non è un’etichetta a definire il nostro modo di viaggiare, ma la nostra attitudine. La curiosità, l’apertura, la voglia di scoprire. Ogni viaggio è fatto di combinazioni diverse, racchiudendo un po’ di organizzazione, un po’ di improvvisazione, un po’ di scelte “da turista” e un po’ di spirito d’avventura.

Il valore autentico del viaggio

Alla fine, ciò che davvero conta non è come ci definiamo, ma cosa ci portiamo a casa. I ricordi non hanno bisogno di etichette. Può essere la foto davanti alla Torre Eiffel o il profumo di una baguette appena sfornata in una boulangerie di quartiere, il suono di una piazza affollata in Spagna o il silenzio di un sentiero di montagna in Trentino.

Sono le emozioni, i dettagli e le sensazioni che rimangono con noi a fare la differenza. Ed è proprio questo il valore autentico del viaggio: arricchirci, aprirci al nuovo, regalarci prospettive diverse.

Turista o viaggiatore? Forse la differenza non esiste davveroTurista e viaggiatore? Due facce della stessa medaglia

Non esiste un modo giusto o sbagliato di viaggiare. A volte abbiamo bisogno di sentirci turisti, di lasciarci guidare, di scoprire senza pensieri le meraviglie più note. Altre volte, invece, sentiamo il desiderio di allontanarci dalle strade battute e lasciarci sorprendere da ciò che non avevamo programmato.

Sono due aspetti complementari, due facce della stessa medaglia. E insieme costruiscono quell’esperienza unica che chiamiamo viaggio.

Vivi il viaggio, non l’etichetta

Forse il vero errore è voler distinguere a tutti i costi. In realtà, turista e viaggiatore non sono altro che la stessa persona, con sfumature diverse a seconda del luogo, del momento e delle emozioni.

Il mondo non ha bisogno di nuove definizioni, ma di persone curiose, capaci di guardarsi intorno con occhi attenti e di lasciarsi sorprendere. Ogni passo, che sia lungo una strada famosa o in un vicolo dimenticato, è parte dello stesso cammino.

Quindi smettiamo di preoccuparci delle etichette e iniziamo a goderci il viaggio per quello che è. Un’occasione di scoperta, di crescita e di meraviglia. Che tu abbia in mano una mappa turistica o ti stia lasciando guidare dal caso, sei comunque un’anima in movimento. E questo, più di qualsiasi definizione, è ciò che ti rende un amante del viaggio.

 

Ferragosto è una delle festività più attese e sentite in Italia, una giornata che segna il culmine dell’estate e rappresenta un momento di gioia, condivisione e tradizione. Celebrato il 15 agosto, Ferragosto è una festa che racchiude in sé un mix di storia antica, rituali religiosi e un’inconfondibile atmosfera estiva, che si respira in ogni angolo del Paese. In questo articolo puoi scoprire cosa si festeggia a Ferragosto, le tradizioni che ancora oggi lo caratterizzano e il modo in cui gli italiani festeggiano questa giornata speciale.

Cosa si festeggia a Ferragosto

Per comprendere il significato di Ferragosto, è importante fare un passo indietro nel tempo, fino all’epoca dell’antica Roma. Il termine “Ferragosto” deriva infatti da Feriae Augusti, un periodo di riposo istituito dall’imperatore Augusto nel 18 a.C. Questo periodo di festività cadeva nel mese di agosto, e aveva lo scopo di celebrare la fine dei principali lavori agricoli, offrendo ai lavoratori un momento di riposo e festeggiamenti.

Cosa si festeggia a FerragostoDurante le Feriae Augusti, si organizzavano corse di cavalli, spettacoli e banchetti, e le persone si scambiavano auguri di buon riposo. La festa aveva anche una valenza religiosa, con sacrifici e cerimonie in onore di diverse divinità, come Diana, la dea della caccia e della natura. Queste celebrazioni pagane furono in seguito integrate con il Cristianesimo, quando Ferragosto venne associato alla festa dell’Assunzione di Maria, celebrata anch’essa il 15 agosto.

L’Assunzione è una delle principali festività del calendario liturgico cattolico, che ricorda la salita al cielo della Vergine Maria, corpo e anima, alla fine della sua vita terrena. Questa doppia valenza, pagana e cristiana, ha contribuito a rendere Ferragosto una festa unica nel suo genere, ricca di significati e rituali che si sono tramandati nei secoli.

Le tradizioni di Ferragosto in Italia

Ferragosto è una festa che varia nelle sue manifestazioni da una regione all’altra, ma che conserva ovunque un denominatore comune: il desiderio di celebrare la vita, la natura e l’amicizia. Le tradizioni che caratterizzano questa giornata sono molteplici e riflettono la ricchezza culturale del Paese.

Una delle tradizioni più radicate di Ferragosto è quella delle gite fuori porta. Famiglie e amici si riuniscono per trascorrere la giornata all’aria aperta, approfittando delle belle giornate estive per organizzare pic-nic in campagna, gite al mare o escursioni in montagna. Questi momenti di convivialità sono accompagnati da pranzi abbondanti, dove non possono mancare i piatti tipici della tradizione italiana, come la pasta fredda, le insalate di riso, le grigliate di carne e pesce, e naturalmente, tanta frutta fresca.

Le gite fuori porta sono l’occasione perfetta per ritrovarsi, per stare insieme in modo semplice e spontaneo, godendo del tempo libero e del piacere della buona compagnia. In molte città, è comune anche partecipare a eventi organizzati, come sagre, fiere o concerti, che animano le piazze e regalano momenti di svago a grandi e piccini.

Cosa si festeggia a Ferragosto

Le sagre e le feste patronali

Ferragosto è anche un periodo ricco di sagre e feste patronali, eventi che celebrano i prodotti tipici locali e le tradizioni popolari. Queste manifestazioni sono diffuse in tutta Italia, dal Nord al Sud, e rappresentano un’occasione imperdibile per assaporare le specialità gastronomiche della zona e scoprire l’artigianato locale.

Tra le sagre più famose, possiamo citare la Sagra della Porchetta di Ariccia nel Lazio, dedicata al celebre maiale arrosto, o la Sagra del Pesce di Camogli in Liguria, dove si può gustare pesce freschissimo cucinato direttamente dai pescatori. Le feste patronali, invece, sono spesso caratterizzate da processioni religiose, spettacoli pirotecnici e concerti, che animano le serate estive e riuniscono la comunità in un clima di festa e devozione.

In molte località italiane, soprattutto al Sud, Ferragosto è segnato da processioni religiose in onore della Madonna Assunta. Queste processioni, spesso accompagnate da bande musicali e fuochi d’artificio, vedono la partecipazione di tutta la comunità, che si riunisce per portare in processione la statua della Madonna per le vie del paese.

Uno degli esempi più suggestivi è la Processione della Madonna dell’Assunta a Palermo, dove la statua della Vergine viene trasportata su una grande vara, un carro addobbato di fiori, attraverso le strade della città, tra canti e preghiere. Questi momenti di fede e devozione sono un aspetto fondamentale di Ferragosto, che unisce la dimensione religiosa a quella sociale e comunitaria.

Cosa si festeggia a FerragostoIl pranzo di Ferragosto

Il pranzo di Ferragosto è un vero e proprio rito, un momento di convivialità che riunisce famiglie e amici attorno a tavole imbandite con piatti tipici della tradizione italiana. Ogni regione ha le sue specialità, ma alcuni piatti sono comuni a tutta la Penisola, come la pasta al forno, l’agnello arrosto, le melanzane alla parmigiana e le grigliate di carne e pesce.

Il pranzo di Ferragosto è spesso accompagnato da dolci tipici, come il gelato, la granita al limone o la torta di Ferragosto, e si conclude con un brindisi di buon auspicio, magari con un bicchiere di vino locale o di limoncello. Questo momento di festa è l’occasione perfetta per celebrare l’estate e per godere del piacere della buona tavola in compagnia delle persone care.

Ferragosto oggi: tra tradizione e modernità

Nel corso degli anni, Ferragosto ha saputo mantenere intatto il suo fascino, adattandosi ai cambiamenti della società senza perdere la sua essenza. Oggi, questa festa è un momento di pausa e riflessione, ma anche di divertimento e leggerezza, un’occasione per staccare la spina dalla frenesia quotidiana e ritrovare il piacere delle piccole cose.

Molti italiani scelgono di trascorrere Ferragosto in vacanza, approfittando delle ferie estive per partire alla scoperta di nuove destinazioni, sia in Italia che all’estero. Le spiagge, le montagne e le città d’arte si riempiono di turisti, creando un’atmosfera festosa e cosmopolita. Anche i parchi divertimento, gli agriturismi e le terme registrano un grande afflusso di visitatori, alla ricerca di relax e svago.

Nonostante i cambiamenti, Ferragosto rimane una festa che unisce, che riunisce le persone e che celebra il meglio della cultura e delle tradizioni italiane. È un giorno in cui il tempo sembra rallentare, in cui si riscopre il valore della condivisione e della comunità, in cui la natura e la bellezza dell’estate sono protagoniste assolute.

Cosa si festeggia a Ferragosto

Ferragosto è una festa che rappresenta l’anima dell’Italia, un Paese che sa come celebrare la vita in tutte le sue sfumature. È un giorno che ci ricorda l’importanza del riposo, della convivialità e della tradizione, e che ci invita a vivere il presente con gioia e leggerezza. Che si scelga di trascorrerlo in famiglia, con gli amici, in viaggio o a casa, Ferragosto è un’occasione per riscoprire il piacere delle piccole cose e per apprezzare la bellezza di un’estate tutta italiana.

Ci sono parole che racchiudono un mondo, e una di queste è villeggiatura. Basta pronunciarla per evocare immagini di case al mare con le persiane verdi, tovaglie a quadri, il suono delle cicale nei pomeriggi d’agosto, il profumo del sugo che sobbolle sul fornello, il profumo del basilico fresco e le pagine ingiallite di un libro letto all’ombra di una veranda.

Negli anni ’60 e ’70, la villeggiatura era un appuntamento fisso, quasi sacro, per molte famiglie italiane. Non si parlava di “vacanza”, ma di un trasferimento estivo che durava settimane, a volte mesi, e che rappresentava molto più di una semplice pausa dal lavoro: era una sospensione del tempo, un ritorno all’essenziale, alla natura, ai ritmi lenti, alle relazioni autentiche.

La villeggiatura

Quando le estati che duravano una vita

Per chi è cresciuto in quegli anni, il ricordo della villeggiatura è una cartolina indelebile nella memoria, sbiadita nei colori ma nitidissima nei sentimenti. Era la fine di giugno quando le città iniziavano a svuotarsi lentamente, le scuole chiudevano i cancelli e nelle case si cominciavano a preparare le valigie: enormi, pesanti, a volte di cartone, legate con lo spago e cariche non solo di abiti, ma di sogni, speranze e promesse di libertà.

DiscoverCars.com

Si partiva spesso in treno, tra sedili in similpelle rossa e scompartimenti affollati, con sacche di cibo cucinato la sera prima, bottiglie d’acqua avvolte nei giornali, cuscini per i bambini e l’immancabile termos del caffè. Era un viaggio che durava ore, ma nessuno aveva fretta. Ogni chilometro che si allontanava dalla città portava con sé un senso crescente di leggerezza. Si andava verso la villeggiatura come si torna a casa, anche se casa non era.

La villeggiatura. Quando l'estate italiana profumava di basilico.Si affittava la stessa casa ogni anno. Una villetta al mare con le persiane scolorite dal sole o un appartamento semplice in montagna con l’odore di legno e camino spento. Là, ad aspettarci, c’erano i volti di sempre.. i vicini di ombrellone, i compagni di giochi, gli amici dell’estate precedente. Bastava uno sguardo per ritrovarsi, come se il tempo tra una stagione e l’altra non fosse mai passato. Si tornava in quel luogo per riconoscersi, per appartenere, per vivere, almeno per un po’, in un’eterna estate.

I ritmi lenti della villeggiatura

I bambini correvano liberi, senza orari e senza scarpe, con le ginocchia sbucciate e i capelli arruffati dal sale o dalla brezza. Costruivano capanne nei boschi, scavavano buche sulla spiaggia, facevano piste per le biglie, organizzavano tornei improvvisati, esploravano con lo spirito dell’avventura. Intanto, le nonne impastavano la pasta fresca ascoltando la radio, e i papà, che arrivavano ad agosto con il volto ancora segnato dalla fatica dell’anno, si univano alla tribù estiva per qualche giorno di vero riposo.

La villeggiatura. Quando l'estate italiana profumava di basilico.La giornata seguiva un ritmo sacro e semplice, fatto di piccoli rituali immutabili. La spesa al mattino al mercato, con le buste di stoffa e le chiacchiere con i venditori, il bagno al mare prima di pranzo, quando l’acqua era ancora fresca e la spiaggia silenziosa, la pennichella pomeridiana all’ombra delle persiane socchiuse, con il frinire delle cicale a fare da colonna sonora. E poi le passeggiate serali, le granite al bar del lungomare, le partite a carte sotto la luce fioca della veranda, tra risate, zanzare e il profumo della citronella.

Un’estate senza ansia da prestazione

Era un’estate senza fretta, senza filtri, senza ansie da prestazione. Ogni giorno assomigliava al precedente, ma nessuno voleva che fosse diverso. In quella ripetizione c’era sicurezza, in quella familiarità si custodiva una forma antica e profonda di felicità. Una felicità che non faceva rumore, ma che sapeva di pane caldo, di sabbia nei sandali, di abbracci salati, di biciclette lasciate senza catena e senza paura.

Oggi quei ricordi vivono come fotografie sbiadite custodite in una scatola di latta, che ogni tanto si apre con un sorriso, e a volte con una lacrima. Perché la villeggiatura di allora non era solo una vacanza, era un rituale collettivo, un tempo sospeso, un piccolo mondo fatto di cose semplici e vere, che ci ha insegnato, senza saperlo, il valore delle piccole gioie, della lentezza, della condivisione.

E forse, in un mondo che corre veloce, tornare a ricordare quella lentezza è il modo più sincero per onorarla.

La villeggiatura. Quando l'estate italiana profumava di basilico.Oggi vacanze lampo e tempo che sfugge

Oggi tutto è cambiato. Il mondo corre, e noi, forse senza rendercene conto, siamo saliti a bordo di questa corsa sfrenata. Le ferie si sono accorciate, compresse tra una scadenza e l’altra, e anche quando si parte, il lavoro resta sempre lì, in agguato tra una notifica e una mail urgente. Si viaggia con il portatile nello zaino, con il telefono sempre acceso, con la mente che fatica a staccare davvero. La vacanza è diventata spesso un weekend lungo, una “fuga” più che una pausa, una workation in cui il tempo libero si intreccia a call, connessioni Wi-Fi e fusi orari da incastrare.

Anche la villeggiatura, nel senso più profondo del termine, è stata travolta da questa trasformazione. Non ci si ferma più a lungo in un solo luogo, non si conosce più davvero un paese, i suoi abitanti, le sue abitudini lente e i suoi silenzi. Si tocca tutto, ma si sfiora appena. Si viaggia per vedere di più, per fare di più, per non perdere tempo, ma nella rincorsa a “non perdere tempo”, finisce che perdiamo proprio il tempo che conta davvero.

Itinerari frenetici pensati per scatti da condividere

Le vacanze moderne, pur ricche di stimoli, sono spesso frammentate, veloci, a volte paradossalmente faticose. Si rincorrono mete lontane, si programmano itinerari frenetici, si collezionano scatti perfetti da condividere, più che momenti da vivere. Il tempo diventa una timeline, e i ricordi si trasformano in storie da 24 ore. Ci si affanna per vedere tutto, ma raramente ci si concede il lusso di fermarsi, ascoltare, sentire.

E così, una volta tornati a casa, quando le valigie sono disfatte e il telefono torna a suonare incessantemente, ci si chiede cosa sia rimasto davvero. Un album di foto ben curate, certo. Forse qualche souvenir. Ma dentro? Quale impronta ha lasciato il viaggio nel cuore? Manca la lentezza. Manca quel tempo “inutile”, che in realtà era il più prezioso. Manca la possibilità di annoiarsi, di osservare la stessa finestra per giorni, di salutare ogni mattina lo stesso barista, di aspettare che il sole cali dietro la collina, semplicemente perché non c’è nulla di più importante da fare.

Forse è il momento di riscoprire che non sempre il valore di una vacanza si misura nella distanza percorsa o nelle attività svolte, ma nella qualità del tempo vissuto, nella profondità dei legami intrecciati, nella quiete che siamo riusciti a portarci dentro. E in questo senso, la villeggiatura di una volta, quella lunga, silenziosa, piena di cose semplici, aveva qualcosa da insegnarci. Qualcosa che oggi ci manca. E che potremmo ancora provare a ritrovare.

Recuperare la bellezza della lentezza

Non si tratta di fare confronti sterili o cadere nella tentazione di idealizzare il passato. Ogni epoca ha i suoi pregi, i suoi ritmi, le sue sfide. Ma forse, in quel modello di villeggiatura “all’antica”, fatto di semplicità, di attesa e di tempo dilatato, c’è ancora qualcosa da custodire, qualcosa che oggi possiamo riscoprire con occhi nuovi. Un modo diverso, più umano, più sostenibile, più autentico, di vivere l’estate.

Anche oggi, nonostante il tempo sembri sempre poco e le agende sempre piene, possiamo scegliere la lentezza come atto volontario, quasi rivoluzionario. Possiamo decidere di fermarci in un solo luogo, magari per pochi giorni, ma vivendolo davvero. Possiamo affittare una casa per una settimana intera, fare la spesa al mercato locale, scegliere il pane dal fornaio ogni mattina, iniziare a riconoscere i volti che si incontrano per strada. Possiamo spegnere il telefono per un pomeriggio, lasciare che le ore scorrano senza notifiche, senza programmi.

Possiamo sederci a tavola con chi quei luoghi li abita tutto l’anno, ascoltare storie, imparare una ricetta tramandata da generazioni, riassaporare il gusto delle cose fatte con calma. Possiamo leggere un libro sotto un albero, ascoltare il rumore delle cicale, guardare il mare che cambia colore al tramonto, senza sentire il bisogno di fotografarlo per dimostrare a qualcuno che ci siamo stati.

La villeggiatura. Quando l'estate italiana profumava di basilico.La villeggiatura è uno stato d’animo

La villeggiatura, in fondo, non è un luogo né una durata. È uno stato d’animo. È la libertà che ci concediamo di rallentare, di non dover sempre “produrre”, di respirare più profondamente, il permesso di annoiarci, di contemplare, di non essere sempre raggiungibili. È la riscoperta di una dimensione più semplice, ma anche più profonda della vita.

Per questo, parlare di villeggiatura oggi non è solo un esercizio di memoria, ma un invito. A tornare, anche solo simbolicamente, a ciò che conta davvero, ossia la natura che ci circonda, il cibo che ci nutre, le relazioni genuine, il tempo condiviso con chi amiamo. A scegliere vacanze che lasciano segni dentro, non solo immagini sullo schermo. A vivere un’estate che non sia una corsa, ma un respiro.

Perché forse, la vera villeggiatura non è quella che ci porta lontano, ma quella che ci riavvicina, a noi stessi, agli altri, alla bellezza delle piccole cose.

La villeggiatura, una memoria da custodire, un invito da raccogliere

Se sei cresciuto con quei ricordi nel cuore, sai bene di cosa parlo. Sai cosa vuol dire aspettare l’estate con l’impazienza di un bambino, contare i giorni che ti separano dalla partenza, riconoscere da lontano il profilo delle montagne o il profumo del mare prima ancora di vederlo. Sai che bastava poco per sentirsi felici: un pallone sgonfio, una fetta d’anguria, una sedia sul balcone con vista sul tramonto.

E se invece non li hai vissuti, se sei cresciuto in un tempo diverso, scandito da vacanze più brevi e più veloci, allora forse è arrivato il momento di scoprirli. Non per tornare indietro, ma per portare avanti un’eredità emotiva fatta di lentezza, di riti semplici e di bellezza quotidiana. Perché quello spirito di villeggiatura autentica, fatta di legami, di terra sotto i piedi, di tempo senza orologio, può ancora vivere, anche oggi. Basta solo cambiare prospettiva.

La villeggiatura che cambia forma

La villeggiatura, quella vera, non è affatto scomparsa. Non è stata cancellata dalla modernità, né soffocata dalle nuove abitudini. È semplicemente cambiata forma. Ha lasciato le grandi comitive per piccoli gruppi, le lunghe estati per brevi pause, le valigie enormi per zaini leggeri. Ma il suo cuore è ancora lì, intatto. E aspetta solo di essere riscoperto.

Forse ci chiama da un piccolo borgo dove il tempo sembra essersi fermato, o da una casa sul mare dove il telefono prende a fatica e si mangia ancora tutti insieme, alla stessa ora. Probabilmente ci attende in un campo d’erba alta, dove i bambini corrono senza meta, o in una trattoria dove il menù non cambia da vent’anni. Senz’altro la vera villeggiatura non è mai stata un luogo preciso, ma un modo di guardare il mondo. Un modo che possiamo ancora scegliere.

E allora, anche oggi, possiamo decidere di partire davvero. Non per scappare, ma per ritrovare. Per ricordarci che la felicità non è sempre altrove. A volte è proprio lì, in quel tempo lento che ci concediamo, nel silenzio di una sera d’estate, nella voce di chi ci sta accanto, in quel piccolo spazio di libertà che assomiglia tanto a casa.

 

Il mondo è un libro, e chi non viaggia ne legge solo una pagina. Ma cosa succede quando troppi lettori sfogliano contemporaneamente le stesse pagine? Il fenomeno dell’overtourism risponde a questa domanda con un avvertimento: troppi turisti in un unico luogo possono trasformare la bellezza del viaggio in un problema. In questo articolo vedremo cosa significa overtourism, i suoi effetti devastanti e le possibili soluzioni per contrastarlo.

Cosa significa overtourism

L’overtourism, o sovraffollamento turistico, si verifica quando un numero eccessivo di turisti visita una destinazione al punto da compromettere l’esperienza turistica stessa, danneggiare l’ambiente locale e creare tensioni con le comunità dei residenti. Non si tratta solo di un aumento del numero di visitatori, ma del modo in cui questi visitatori impattano negativamente sulla qualità della vita locale, sulle risorse naturali e culturali e sull’infrastruttura.

Questo fenomeno è cresciuto esponenzialmente con l’aumento dei viaggi aerei a basso costo, l’accessibilità globale delle informazioni tramite internet e la crescita economica che ha permesso a un numero sempre maggiore di persone di viaggiare. Destinazioni iconiche come Venezia, Barcellona, Amsterdam e Machu Picchu sono solo alcuni esempi di luoghi che lottano contro gli effetti dell’overtourism.

Cosa significa overtourism, una minaccia alla bellezza del viaggioQuali sono gli effetti devastanti dell’overturism?

Uno dei più gravi impatti dell’overtourism è il danno ambientale. Le risorse naturali vengono sfruttate oltre il loro limite sostenibile, con conseguente degrado dell’ecosistema. Ad esempio, le isole tropicali spesso subiscono l’erosione delle coste e il danneggiamento delle barriere coralline a causa dell’eccessivo traffico di barche e dell’inquinamento. 

Le attrazioni culturali, come monumenti storici e siti archeologici, soffrono sotto il peso di milioni di visitatori. Il continuo calpestio, i rifiuti e l’inquinamento atmosferico e acustico possono danneggiare in modo irreversibile queste preziose risorse. A Venezia ad esempio il passaggio incessante di grandi navi da crociera ha causato gravi danni ai fondali e alle fondamenta della città.

Le città sovraffollate da turisti vedono inoltre le loro infrastrutture messe a dura prova. Trasporti pubblici, strade, servizi igienici e altre strutture sono spesso incapaci di gestire il volume di visitatori, causando disagi sia per i turisti che per i residenti.

Cosa significa overtouring

Un impatto economico negativo

Sebbene il turismo possa portare benefici economici, l’overtourism può avere spesso effetti opposti. Il costo della vita di alcune destinazioni può aumentare, spingendo fuori città i residenti. Inoltre, le economie locali possono diventare troppo dipendenti dal turismo, rendendosi vulnerabili alle fluttuazioni del mercato globale e a crisi come la pandemia da COVID-19.

Paradossalmente, l’overtouridm rovina anche l’esperienza turistica. Vediamo perchè. Le folle, le lunghe code, l’affollamento e i disagi generali possono trasformare una vacanza da sogno in un incubo, allontanando quindi quei visitatori che cercano un’esperienza autentica e rilassante.

Si può contrastare l’overtourism

La battaglia contro l’overtourism richiede uno sforzo immane da parte di governi, industrie turistiche e viaggiatori stessi. Tra le strategie e iniziative che possono aiutare a mitigare gli effetti del sovraffollamento turistico si potrebbe valutare la promozione del turismo sostenibile.  Questo potrebbe incoraggiare i turisti a rispettare l’ambiente, a ridurre il loro impatto ecologico e a sostenere le comunità locali. Ad esempio il turismo ecologico in Costa Rica ha dimostrato come la conservazione ambientale e l’educazione possono andare di pari passo con il successo economico.

Un altro modo efficace per ridurre l’overtourism è diversificare le destinazioni turistiche. Promuovendo mete meno conosciute ma altrettanto affascinanti, è possibile distribuire meglio i flussi turistici. In Italia ad esempio le regioni come la Basilicata e il Piemonte stanno emergendo come alternative a luoghi sovraffollati come Roma e Venezia. Proprio Venezia ha fatto da apripista agli ingressi contingentati per i turisti. Molti luoghi stanno seguendo l’esempio, iniziando a limitare il numero di visitatori per proteggere le loro risorse. Questo può includere la vendita di biglietti a tempo per attrazioni popolari o l’introduzione di quote giornaliere.

Machu Picchu, ad esempio, ha implementato un sistema di prenotazione per limitare l’afflusso giornaliero di turisti. In Italia anche il borgo di Stifone, custode del super instagrammabile Porto Romano sul Nera, ha dovuto chiudere le porte ai turisti, limitando gli ingressi a gruppi ristretti di persone e scaglionando i tempi di visita. 

Le Mole di Narni e l'Antico porto romano di Stifone in UmbriaCosa significa overtouring

Investire in infrastrutture potrebbe essere una soluzione?

Investire in infrastrutture adeguate è cruciale per gestire al meglio il flusso turistico. poichè include miglioramenti nei trasporti pubblici, nella gestione dei rifiuti e nei servizi igienici. Città come Amsterdam stanno lavorando per migliorare la gestione del traffico e delle folle attraverso tecnologie avanzate e piani urbanistici intelligenti. Inoltre educare i turisti è essenziale. Campagne di sensibilizzazione possono aiutare infatti a promuovere comportamenti responsabili. Ad esempio molte destinazioni ora distribuiscono linee guida ecologiche ai visitatori, spiegando come ridurre il loro impatto ambientale.

Implementare politiche di prezzo dinamiche può aiutare a controllare l’afflusso di turisti. Prezzi più alti durante le stagioni di punta possono disincentivare le visite nei periodi di maggiore affluenza, distribuendo così i flussi turistici in modo più uniforme durante l’anno.

Bisogna dare supporto alle comunità locali

È importante che i benefici del turismo siano distribuiti equamente alle comunità locali. Supportare le imprese locali, assumere guide locali e promuovere esperienze autentiche può aiutare a creare un turismo più sostenibile e integrato. Il turismo è una potente forza economica e culturale che può portare grandi benefici. Tuttavia, senza una gestione adeguata, l’overtourism rischia di distruggere ciò che rende le destinazioni così speciali. Per preservare la bellezza del viaggio, è fondamentale adottare pratiche sostenibili e responsabili.

Cosa significa overtourism, una minaccia alla bellezza del viaggioOgni viaggiatore ha un ruolo da giocare. Scegliere destinazioni meno conosciute, viaggiare fuori stagione, rispettare le culture locali e ridurre l’impatto ambientale sono azioni che tutti possiamo intraprendere. Le autorità e l’industria turistica devono invece collaborare per creare politiche che bilancino il bisogno di crescita economica con la necessità di preservare l’ambiente e il patrimonio culturale. Solo attraverso un impegno collettivo possiamo garantire che le meraviglie del nostro pianeta rimangano intatte per le generazioni future. Il viaggio deve tornare a essere un’esperienza di scoperta, rispetto e meraviglia, piuttosto che una corsa frenetica verso destinazioni sovraffollate e danneggiate.

Overtourism, un fenomeno da combattere

L’overtourism è un fenomeno complesso che richiede soluzioni altrettanto complesse e ben ponderate. Ogni destinazione ha le sue peculiarità e necessità specifiche, e quindi le strategie devono essere adattate di conseguenza. Tuttavia, l’obiettivo comune deve essere quello di promuovere un turismo sostenibile che valorizzi l’esperienza dei viaggiatori senza compromettere l’integrità delle destinazioni.

Con una maggiore consapevolezza e un approccio collaborativo, possiamo trasformare il turismo in una forza positiva che non solo sostiene le economie locali ma preserva anche le meraviglie naturali e culturali del nostro mondo. L’overtourism non deve essere la fine del viaggio, ma un’opportunità per ripensare al modo in cui viaggiamo e a come possiamo fare la differenza.

Il Capodanno è un momento di festa ricco di storia e significato. Questa tradizione secolare di festeggiare il nuovo anno ha affascinato le culture di tutto il mondo per secoli, simboleggiando nuovi inizi, rinnovamento e speranza per il futuro. Perchè dunque si festeggia il Capodanno? Risalente ai tempi antichi, il concetto di segnare la transizione da un anno a quello successivo è stato osservato in varie forme nelle diverse culture. Dalla festa romana dei Saturnalia alla tradizione scozzese di Hogmanay, ogni cultura ha contribuito con i suoi costumi e rituali unici all’arazzo delle celebrazioni per l’arrivo nel nuovo anno.

Oggigiorno il Capodanno è diventato sinonimo di feste vivaci, fuochi d’artificio scintillanti e tintinnio di bicchieri di champagne. È un momento in cui le persone si riuniscono con amici e persone care, riflettendo sulle prove e sui trionfi dell’anno passato mentre stabiliscono intenzioni e propositi per l’anno a venire. In questo articolo, approfondiamo l’affascinante storia e il significato delle celebrazioni di Capodanno, esplorando i costumi e le tradizioni che hanno plasmato questa amata festività.

Perchè si festeggia il Capodanno?

Le prime celebrazioni del Capodanno risalgono a tempi antichissimi e sono spesso legate a cicli naturali come il cambio delle stagioni o gli equinozi. Nelle antiche civiltà mesopotamiche, ad esempio, il nuovo anno era festeggiato durante il primo plenilunio, dopo l’equinozio di primavera che cadeva più o meno nel mese di marzo. Gli Egizi invece festeggiavano l’anno nuovo in concomitanza con l’innalzamento delle acque del fiume Nilo, evento cruciale per la loro agricoltura.

Parti dalle tradizioni Romane e Giuliache

I Romani celebravano il Capodanno in onore del Dio delle porte e degli inizi, Giano, da cui deriva il nome del mese di gennaio. Giano era raffigurato con due facce, simbolo del passato e del futuro. I festeggiamenti, chiamati “Calendae Ianuariae”, includevano scambi di doni e festeggiamenti pubblici.

Le celebrazioni delle Calendae Iani rimasero popolari anche durante l’Impero Romano, anche se con l’avvento del Cristianesimo e la trasformazione del calendario, le celebrazioni pagane furono gradualmente sostituite da festività cristiane.

Perchè si festeggia il Capodanno? La risposta è nel Calendario Gregoriano

L’attuale data del Capodanno, il 1º gennaio, fu stabilita quando papa Gregorio XIII introdusse il calendario gregoriano nel 1582. Questo calendario, che sostituì il calendario giuliano, spostò il Capodanno dall’equinozio di primavera al primo giorno dell’anno civile.

Scopri le tradizioni e riti nel Mondo

Le celebrazioni del Capodanno variano ampiamente da una cultura all’altra. In Cina, il Capodanno cade tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, segnando l’inizio del nuovo anno lunare. La festa del Capodanno cinese è caratterizzata dai colori vivaci, dalle danze dei leoni e dai fuochi d’artificio.

In molti paesi del mondo occidentale, le celebrazioni del Capodanno includono feste, fuochi d’artificio, brindisi e la tradizione di fare buoni propositi per l’anno nuovo. Ma quanti poi, riescono a realizzarli?

Perchè si festeggia il Capodanno? Origini e curiosità

In Australia invece i fuochi d’artificio sono una parte significativa delle celebrazioni di Capodanno. Le principali città come Sydney, Melbourne e Brisbane organizzano spettacolari spettacoli pirotecnici. Il più famoso è senza dubbio quello di Sydney Harbour, con il suo iconico display di fuochi che illumina l’Opera House e il ponte della città. Alle Hawaii le spiagge sono spesso il centro delle celebrazioni di Capodanno. Luoghi come Waikiki Beach sperimentano spettacolari fuochi d’artificio che illuminano il cielo notturno mentre le persone si riuniscono per festeggiare sulla sabbia. Feste in spiaggia, barbecue e concerti dal vivo sono comuni lungo le coste, offrendo un’atmosfera festosa e informale.

In molte parti dell’Africa poi, il Capodanno è un momento per onorare le tradizioni e i riti culturali. Ciò può includere danze rituali, cerimonie sacre, tamburi tribali, canti, costumi tradizionali e altre pratiche che celebrano le origini e l’eredità culturale di una comunità. Nelle città africane il Capodanno è spesso un’occasione per feste ed eventi urbani grandiosi. Si tengono concerti, festival musicali e sfilate nelle strade principali, con musica dal vivo, balli e intrattenimento che coinvolge la comunità locale e i visitatori.

Festeggia e fai buoni propositi

Le origini del Capodanno sono intrise di storia, cultura e tradizioni millenarie che si sono evolute nel corso dei secoli. Questa celebrazione universale continua a essere un momento di festa, riflessione e auspici per il futuro. Indipendentemente dalle tradizioni specifiche di ogni cultura, il Capodanno rimane un’occasione unica per celebrare l’inizio di un nuovo ciclo e guardare avanti con speranza e positività. Il Capodanno va oltre una semplice transizione temporale; è spesso un momento di riflessione, di speranza e di nuovi inizi. È un momento in cui le persone si prendono il tempo per fare bilanci, fissare obiettivi e accogliere il futuro con ottimismo.

E’ un sabato mattina di metà marzo. Il cielo è grigio, più di quanto sia grigia la situazione nel mondo, e soprattutto in Italia. Siamo chiusi in casa da appena una settimana, e le nuove circostanze ci sconvolgono tutti. Una pandemia mondiale dispensa ansia, timore, incertezza e tanto dolore. Tante sono le emozioni negative in questo primo periodo di lockdown. Cerco una boccata d’aria. Esco quindi fuori il balcone, nonostante ci sia un fortissimo vento di tramontana.

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Lina Senese

Una voce di speranza in un mare di incertezze

All’improvviso, come una sirena su uno scoglio durante un mare in tempesta, si leva da qualche punto indefinito del rione una voce sublime. Echeggia nel silenzio assordante del quartiere, dolce, melodiosa. Ma anche forte, scolpita nel suono del pianoforte che l’accompagna. Nell’aria si alzano le note di una delle mie canzoni preferite. La voce che la intona è calda, suadente ma al tempo stesso prepotente, forte. Di una forza che sembra uscire dall’anima. Qualche lacrima liberatoria comincia a scendere sul volto. Mi sfogo così, cacciando la rabbia fuori dal corpo attraverso le lacrime. All’improvviso va via, così come è apparsa.

Saglie cu ‘mme
E accumincia a canta’
Insieme e note che l’aria da’
Senza guarda’
Tu continua a vula’
Mientre o viento
Ce porta la’
Addo ce stanno
E parole chiu’ belle
Che te pigliano pe mbara’
Ah comme se fa’
A da’ turmiento all’anema
Ca vo’ vula’
Si tu nun scinne a ffonne
Nun o puo’ sape

In cerca della mia sirena

Domenica. Il vento è calato, lasciando spazio ad una pioggerella sottile. Arriva mezzogiorno. Di nuovo la voce irradia il quartiere, irrompe con la sua forza vitale in una giornata lenta, che fa fatica a decollare. Rimango nuovamente incantata, stregata da questa voce che sembra lontana, eppure è così vicina.. Ma ecco, le lacrime di rabbia si trasformano in lacrime di commozione, di pura gioia. Mi rendo conto che questa voce mi porta conforto, mi avvolge come un abbraccio e mi tiene sospesa nelle mie stesse emozioni. Decido allora di cercare l’autrice di questi momenti di pura felicità, che accompagna non solo me, ma l’intero quartiere, nella sopportazione di questa lunga quarantena a Gaeta.

Lina Senese. Artista sublime e donna dal cuore grande.

Finalmente riesco a trovare la mia sirena dopo diverse ricerche sui social. E’ Lina Senese, artista dalla voce avvolgente, e abita proprio di fronte a me, ma non l’ho mai saputo. Finalmente so dove volgere lo sguardo. Li, su un balcone adornato da piccole siepi, con una bandiera italiana che svolazza ai primi tiepidi venti di questa primavera, Lina canta per noi, per lei, per chi è lontano. Con le sue divine interpretazioni, elegante nei movimenti, raggiunge le nostre anime e i corpi intrappolati tra le mura domestiche. La sua voce diventa un richiamo, un invito ad uscire sui balconi, a salire sui terrazzi condominiali, a lasciare da parte per mezz’ora la tristezza per fare spazio alla speranza.

Lina Senese è un interprete grandiosa, che riesce a trasformare parole in emozioni. Dall’angolo del mio balcone riesco a percepire la sua classe, la finezza che la contraddistingue, le sue movenze quasi regali che accompagnano la sua voce strepitosa. La sua voce arriva lontano. E la musica oltrepassa le ringhiere, salta sui geranei in fiore, gioca tra i panni stesi, gira intorno ai palazzi. La sua voce si espande dolce nel quartiere, sale verso le nuvole, si lascia cullare dal vento e portare lontano. Il suo canto lieve e prezioso si insinua tra le crepe delle facciate, entra prepotente nelle cucine luminose, scalda stanze vuote e riecheggia negli androni. Scavalca quindi recinzioni arrugginite e cancelli dorati e finalmente arriva al mare. Li, salutando le onde basse della riva, va scemando verso l’orizzonte.

 

 Sono diversi giorni che la sveglia non suona più alle sei e mezza. Ci svegliamo con calma, rigirandoci sotto le coperte più e più volte, senza fretta. La colazione ha un sapore nuovo, diventa colorata, invogliante. Possiamo prenderci tutto il tempo che vogliamo, sgranocchiando biscotti e torte fatte in casa, riscoprendo così il piacere della lentezza.

Il piacere della lentezza, slowtime, stare in casa con I bambini, andrà tutto bene, trevaligie

In un epoca in cui la fretta la fa da padrona e il tempo sembra non bastare mai, riscoprire il piacere della lentezza è una fortuna. Si, prendiamola come una fortuna e trattiamola come tale. Lasciamoci cullare dai suoni del mattino, alzandoci con calma, non avendo fretta di toglierci il pigiama. Teniamo in dosso per qualche minuto ancora il tepore della notte, del silenzio.

Facciamo colazione con calma

Possiamo prenderci il lusso di sorseggiare con calma il caffè, di gustare lentamente una fetta di torta, di sgranocchiare biscotti. Prepariamo deliziosi pan cakes da ricoprire con dolce sciroppo d’acero e soffice zucchero a velo. Parliamo dei sogni fatti, di come organizzare la giornata in casa. Apriamo le tende e facciamo entrare i tiepidi raggi del sole del mattino. Inebriamoci di luce.

Un buon make up e due gocce di profumo per partire con sprint

Non è facile stare tutto il giorno in casa, soprattutto per chi durante la settimana è abituato a correre a destra e a manca. Cerchiamo di mantenere il più possibile le consuetudini giornaliere. Se siamo abituate a truccarci, trucchiamoci anche in casa! L’autostima ne guadagnerà senz’altro e non dovremmo evitare gli specchi. Basta una linea di eye liner e un tocco di mascara per sentirsi decisamente meglio. Una spazzolata ai capelli e un goccio di profumo solleveranno il morale dando lo sprint giusto e la carica necessaria per affrontare una giornata tra le mura domestiche. E poi, c’è sempre una videochiamata da fare agli amici, ai parenti. Meglio farsi trovare preparate no?

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Facciamo pulizie, ma con lentezza

Svuotiamo cassetti, sistemiamo la libreria, scartiamo il superfluo, eliminiamo il vecchio. Gettiamo via le cose che non abbiamo mai usato, le bomboniere inutili, suppellettili sgraditi e oggetti in disuso. Apriamo gli armadi, regaliamo gli abiti che non indossiamo da una vita alle associazioni che aiutano i bisognosi, facciamo spazio al nuovo, apriamoci alle novità. Scaviamo tra scarpe, sciarpe, ombrelli, vestiti per la neve e costumi per il mare. Approfittiamo per pulire le valigie alla perfezione, in attesa di poterle riutilizzare presto, molto presto, per nuove entusiasmanti avventure in giro per quel mondo che al momento ci è negato.

Manteniamo buone abitudini alimentari

In casa si tende spesso a mangiare di più e male. Invece questo è un periodo da sfruttare per cominciare a detossinarci. Riempiamo il frigorifero di frutta e verdura di stagione, di yogurt. Cerchiamo di prediligere carni bianche e pesce azzurro. Di tempo ce n’è in abbondanza quindi prepariamo centrifughe di frutta fresca arricchite con zenzero, per alzare le difese immunitarie. Prepariamo tisane drenanti, beviamo acqua naturale in grande quantità. La pelle ne trarrà giovamento, così come lo spirito. L’intestino in fondo è il nostro secondo cervello, capace di influenzare umore e psiche. Un aiuto per questi momenti di stress e stanchezza mentale può essere il magnesio supremo, un valido integratore alimentare che aiuta a mantenere regolare il metabolismo energetico e tutte le funzionalità del sistema nervoso. Un cucchiaino sciolto in acqua calda prima di andare a dormire aiuta la qualità del sonno, grazie al suo grande potere rilassante.

Il piacere di stare in casa, come passare le giornate in casa, trevaligie

Dedichiamo un ora al benessere fisico, con lentezza

Cerchiamo di non poltrire tutto il giorno, ma dedichiamo un’ora alla cura dei nostri muscoli e delle nostre ossa. Se non siamo espertissimi in materia, evitiamo workout movimentati senza l’ausilio di un trainer. Basta un esercizio sbagliato per prendere una brutta contrattura. Affidiamoci invece a pratiche dolci, come la meditazione o il pilates. Con pochi e semplici esercizi, una rilassante musica di sottofondo, possiamo mantenere costante la nostra muscolatura e funzionali le nostre ossa. Sebbene il pilates sia incentrato su esercizi apparentemente calmi e lenti, rimane un importante attività aerobica. Approfittiamo di queste lunghe giornate per praticare costantemente delle piccole o medie sessioni di esercizi. Perfetto per definire la silhouette, rimodellando fianchi e cosce e tonificando pancia e braccia, è anche un ottima disciplina per imparare a respirare correttamente. Già dopo dieci lezioni cominceremo a vedere i primi risultati, se eseguito con costanza e concentrazione.

Pilates a casa, allenarsi in quarantena, trevaligie

Diamo sfogo alla creatività, riscoprendo il piacere della lentezza!

Rispolveriamo vecchi strumenti musicali, album di fotografie, macchine da cucire abbandonate in soffitta. Strimpelliamo con la chitarra, cataloghiamo finalmente le fotografie per anno e per luogo, creiamo cuscini colorati o bambole di pezza per le bambine. Dal baule riportiamo alla luce i ferri per la lana, portiamo a termine la calda sciarpa mai finita. Da un vecchio jeans ricaviamo una borsa fashion, ricicliamo una tenda abbandonata trasformandola in una tovaglia. Orli, merlettti, bottoni di diversi materiali possono reinventarsi e creare oggetti particolari. Tele e acquerelli per dipingere uno scorcio del balcone o del giardino. Ascoltiamo musica classica, leggiamo un buon libro, guardiamo un film d’autore. Siamo nel paese della cultura per eccellenza, sfruttiamo questo punto a nostro favore riscoprendo i capolavori artistici, letterari e musicali della nostra Patria.


Cosa fare in casa durante la quarantena, creatività, homemade, trevaligie

Stiamo a casa per tornare in un mondo migliore

Non ci stanno chiedendo molto in fondo. Non ci hanno chiesto di indossare uniformi ne di imbracciare fucili, non ci hanno chiesto di scavare a mani nude in una miniera in cerca di preziosi minerali. Dobbiamo solo rimanere ancora un po’ protetti nel nostro nido, caldo e accogliente. Un grembo che ingloba ogni membro della famiglia. Quando tutto sarà finito troveremo un mondo nuovo ad aspettarci a braccia aperte. Aria meno inquinata, mari e fiumi trasparenti, persone migliori che hanno riscoperto il piacere delle piccole cose. Apprezzeremo ogni sottile filo d’erba nella sua splendida semplicità. Sarà una grande festa, ne sono sicura. Ci ubriacheremo di abbracci . 

#andratuttobene se #restiamoacasa

Ho compiuto vent’anni per la seconda volta, ma senza farne quaranta. Rivedo le Barbie sparse sul pavimento, le carte UNO, lo scatolo del Monopoli sulla mensola del salone. Le canzoni suonate dal Jukebox ai giardinetti, il cuore di panna mangiato su una sedia dell’Algida mentre Baglioni, in sottofondo, ci faceva fare “lunghe corse affannate incontro a stelle cadute”.

i miei primi quarant'anni, tra ricordi e consapevolezze

I miei primi quarant’anni

Torno agli anni lieti del Festivalbar, dei Ragazzi della terza C, di College e di Non è la Rai. I sabato sera con Giochi senza frontiere, Il Pranzo è servito di Corrado al ritorno da scuola, il Supertelegattone della domenica. Ricordo con tenerezza le manine appiccicose che uscivano dalle patatine, le olandesine da collezione regalo del Dixan.Ricordi, anni 90, quarant'anni, donna, trevaligie Lo scatolo del detersivo era il contenitore dei giochi per eccellenza, in bellavista in cameretta come se fosse un vaso cinese vinto a I fatti vostri, portato a casa da Magalli in persona. Rivivo i compleanni festeggiati in casa, con tre quattro amichetti, selezionati per bene. Qualche tramezzino e la torta, rigorosamente fatta da mamma, a giocare intorno ad un tavolo con il Risiko.

Senza gonfiabili alti venti metri nè sputafuoco a intrattenere i nostri pomeriggi lenti. Sento un pizzico di nostalgia per le piste di sabbia progettate a tavolino, dove poi avrebbero gareggiato piccole, trasparenti e colorate biglie di vetro. Le rullate proibite al biliardino, i punti rubati negli attimi di distrazione degli avversari.

i miei primi quarant'anni, tra ricordi e consapevolezze

I corsi e i ricorsi storici

Rivedo, dando le spalle al presente, la caduta delle muro di Berlino, la Guerra del Golfo, la strage di Capaci. Il mondo che sembrava cambiare a velocità della luce, sopraffatto dagli eventi. Ma poi ripenso alle serate passate con Fiorello, che faceva cantare l’Italia portando una ventata di felicità in ogni casa, esaltando la normalità, la veracità delle persone. Entro ancora nelle Dr Martins e nelle magliette dell’ ONYX.

Il ciuffo biondo alla Spice Girls a quei tempi, dava un tocco fashion ai capelli. Mi giro, e rivedo i pomeriggi passati a studiare con con Dj television di sottofondo. La musica dance, gli Articolo 31, i Lunapop e gli 883. Fenomeni allora, che c’hanno dato canzoni da cantare a squarciagola sul Si Piaggio, sulla strada verso il mare. Abbiamo sognato tutte con i ragazzi di Beverly Hills, sperando un giorno di avere gli stessi vestiti e le stesse automobili. Sono arrivate poi, tanto attese, le prime feste per i 18 anni, i primi brand, le prime serate in discoteca. Nuovi amici, nuovi giri, nuove strade da percorrere. La patente, la prima macchina, le prime delusioni che si trasformano in esperienze, in lezioni di vita.

Quarant’anni è un’età terribile. Perché è l’età in cui diventiamo quello che siamo.
(Charles Péguy, Victor-Marie)

Abbiamo scartato musicassette in favore dei lettori cd. Abbiamo sostituito il game boy con tablet di alta generazione. I Walkie Tolkie sono stati accantonati con l’arrivo dei primi cellulari, cassettoni da portare in giro con il carrello della spesa. Il primo Motorola, il Nokia 3310, le partite a Snake. Siamo cresciuti a pane olio e sale e a tegolini del Mulino Bianco. La parola aperitivo l’abbiamo sentita forse a vent’anni, quando ci potevamo permettere sigarette e benzina facendo le baby sitter, o le commesse stagionali.

 I diari segreti sono andati a puttane con l’avvento di Facebook. Niente più riserbo, niente più discrezione. I lucchetti si sono disintegrati con la prime password digitali, le penne cadute in disuso, messe in un angolo da tastiere wireless e da mouse d’oro zecchino. Gli Invicta sostituiti da scontate Louis Vuitton, ostentate anche tra i banchi di scuola. Niente più libri, niente più odore di carta, profumo di inchiostro. I ciondoli a ciuccetti da cinquanta lire sembrerebbero ridicoli ora, nell’era dei Pandora da ottanta euro l’uno. Spocchiose L.o.L al posto di graziosi e profumati paciocchini.

i miei primi quarant'anni, tra ricordi e consapevolezze

A venti anni di età, regna la volontà; a trent’anni, l’arguzia; ed a quaranta, il giudizio.
(Benjamin Franklin)

Rileggo le vecchie tesine battute a macchina, dopo i pomeriggi passati a cercare informazioni in biblioteca o sfogliando l’enciclopedia Treccani. Che google per noi era ancora fantascienza, qualcosa di impensabile e inimmaginabile. Riattacco con puntine colorate i poster di Cioè sulle porte della stanza. I Backstreet Boys, un Di Caprio sedicenne. Riascolto le canzoni dei Take That. Mi cimento nella Lambada in una danza immaginaria. Nella mia testa movimenti ancora precisi e attenti, fianchi dondolanti su gambe ancora esili di bambina. Ed ecco che all’improvviso, la spensieratezza lascia il posto ai doveri.

Catapultata un un epoca nuova, che forse un pò ancora mi sfugge. Faccio fatica ad approcciarmi con i nuovi apparecchi, con i giochi on line, con le app educative. Che noi a sette, otto anni, ancora giocavamo con i bastoncini degli Shangai, mica con Fortnite. Maneggio telecomandi come se fossero lastre di vetro, che un tasto sbagliato potrebbe compromettere la visione di Alberto Angela e portarmi su una serie angosciante di Netflix. Ancora scrivo su un quaderno, con la penna bic. Che scrivendo a mano sembra che i pensieri fluiscano meglio, che si imprimano da soli alla carta. Lettera dopo lettera, parola dopo parola, prendono vita frasi, testi, articoli.

i miei primi quarant'anni, tra ricordi e consapevolezze

Si può essere splendidi a trent’anni, affascinanti a quarant’anni, e irresistibili per il resto della tua vita.
(Coco Chanel)

Ebbene si. Ho quarant’anni ormai. L’età in cui la maggior parte dei sogni si sono realizzati, i progetti adolescenziali sono diventati realtà. A quarant’anni apri spiragli nei muri che hai innalzato, forti e spessi, durante il cammino. Cominci a vedere crepe, piccole fessure in cui si insinuano germogli. Nuova vita che cerca il sole.

Ti rendi conto che la vita è effimera, e che bisogna godersela in ogni attimo concesso. Vivere nel presente, mettendo da parte quello che è successo e non pensando a quello che succederà. Capisci che ogni persona messa sul tuo cammino ha un ruolo, una maschera. Ti mette alla prova, ti usa, ti ama o ti odia. Ma ogni maschera ti lascia qualcosa. La capacità di saper scegliere, riconoscere, scartare, inglobare. Hai accumulato esperienze in quantità, hai goduto in maniera frivola della giovinezza, ma godrai consapevolmente degli anni che verranno. A quarant’anni sei ormai padrona dei tuoi passi, il terreno è forte sotto i tuoi piedi. Sei sicura di te stessa e delle tue azioni, e riesci a sostenere sguardi, luoghi, conversazioni in maniera ipnotizzante, trasmettendo agli altri la sicurezza che ti porti dentro, lasciando un segno indelebile della tua presenza, della tua tempra.

Cosa importa quindi se ho compiuto venti, quaranta o sessant’anni. Importa l’età che sento di avere.

Quarant'anni, pensieri e considerazioni, tre valigiei miei primi quarant'anni, tra ricordi e consapevolezze

 

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