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Annalisa Spinosa

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Arroccata su un colle che domina il Lago di Bolsena, Montefiascone è una delle mete più affascinanti della Tuscia viterbese. Questa cittadina laziale, ricca di storia, arte e tradizioni, conquista i visitatori con il suo patrimonio architettonico, i panorami mozzafiato e il celebre vino Est! Est!! Est!!!. Situata a circa 600 metri di altitudine, Montefiascone offre un perfetto equilibrio tra cultura e natura, rappresentando una tappa imperdibile per chi desidera scoprire il cuore antico del Lazio. Per chi si domanda cosa vedere a Montefiascone, le possibilità sono tante e affascinanti: chiese millenarie, fortezze papali, piazze dal sapore medievale e scorci che sembrano usciti da un dipinto. Il borgo si presenta come un museo a cielo aperto, dove ogni angolo racconta una storia e ogni pietra custodisce un frammento di passato. La varietà di attrazioni e l’atmosfera autentica rendono Montefiascone ideale per una gita fuori porta, una vacanza culturale o un itinerario enogastronomico alla scoperta dei sapori locali.

Montefiascone, cosa vedere nella Tuscia laziale

L’origine del nome Montefiascone affonda le radici nella storia antica del territorio e riflette l’importanza strategica della sua posizione. Secondo l’interpretazione più diffusa, il toponimo deriverebbe da Mons Faliscorum, ovvero “Monte dei Falisci”, popolazione italica stanziata in epoca preromana nell’area compresa tra il Tevere e i monti Cimini. Col tempo, l’espressione si sarebbe trasformata prima in Mons Flasconis, per poi evolversi in Montefiascone. Altri studiosi propongono invece una derivazione da Mons Faliscensis, con riferimento alla comunità dei Falisci in fuga dopo la distruzione della loro città principale, Falerii. In entrambi i casi, il nome testimonia la continuità di insediamento e l’identità culturale dell’area, che da sempre ha rappresentato un punto d’incontro tra civiltà etrusche, romane e medievali.

Montefiascone, cosa vedere nella Tuscia laziale

Visita la Chiesa di San Flaviano

Uno dei simboli più affascinanti di Montefiascone è senza dubbio la Chiesa di San Flaviano. Questo edificio unico nel suo genere, costruito a partire dall’XI secolo, si distingue per la sua struttura a due chiese sovrapposte, orientate in direzioni opposte. La parte inferiore, risalente al 1032, è a tre navate con absidi semicircolari e conserva affreschi medievali di grande valore, tra cui “L’Incontro dei tre vivi e dei tre morti”. La chiesa superiore, edificata nel XIII secolo, è anch’essa a tre navate e ospita il trono di papa Urbano IV, che nel 1262 consacrò l’altare.

Montefiascone, cosa vedere nella Tuscia lazialeUna curiosità legata a San Flaviano è la leggenda del vescovo tedesco Johannes Defuk. Si racconta che, durante un viaggio verso Roma, il prelato inviò il suo servitore Martino a scegliere le migliori osterie lungo il cammino. Martino segnava con la parola “Est!” le locande con vino eccellente. Arrivato a Montefiascone, fu talmente colpito dalla bontà del vino locale da scrivere sulla porta “Est! Est!! Est!!!”. Defuk si stabilì in città e, secondo la tradizione, morì proprio a causa dell’eccessivo consumo di vino. La sua tomba, all’interno della chiesa, porta l’epigrafe latina: “Est est est propter nimium est hic Johannes De Fuk dominus meus mortuus est”.

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Entra nella Cattedrale di Santa Margherita

Altro punto di riferimento è la Cattedrale di Santa Margherita, dedicata alla santa patrona della città. L’edificio originario risale al XV secolo, ma fu ricostruito nel 1670 dopo un incendio che ne compromise gravemente la struttura. L’attuale aspetto barocco è frutto del lavoro di architetti e artisti che vi lavorarono nel corso del XVII secolo, e che le conferirono grande eleganza e monumentalità.

La cattedrale è celebre per la sua imponente cupola, una delle più grandi d’Italia, con un diametro di ben 27 metri. Una struttura maestosa che si staglia all’orizzonte e che è visibile da molti punti del territorio circostante. L’interno della chiesa colpisce per la sobrietà e la luminosità degli spazi, valorizzati da decorazioni sobrie e da un perfetto equilibrio architettonico. Di grande rilievo sono le reliquie di Santa Lucia Filippini, fondatrice dell’Istituto delle Maestre Pie Filippini, e le spoglie del cardinale Marco Antonio Barbarigo, figura di spicco del clero locale. Entrambi i santi sono profondamente legati alla storia spirituale della città e alla sua vocazione educativa.

Montefiascone, cosa vedere nella Tuscia lazialeLa visita alla cattedrale permette di ammirare anche opere d’arte minori, tra cui tele, sculture lignee e decorazioni in stucco, che testimoniano la devozione e l’abilità artistica del territorio nei secoli. È un luogo che unisce bellezza, spiritualità e storia, rappresentando uno dei vertici culturali e religiosi di Montefiascone.

Visita la Rocca dei Papi

La Rocca dei Papi, oggi uno dei simboli più riconoscibili di Montefiascone, ha attraversato secoli di trasformazioni e ampliamenti, riflettendo l’importanza strategica e politica che il colle ha avuto fin dall’antichità. Le prime tracce di insediamenti sulla sommità del monte risalgono all’epoca eneolitica, segno di una frequentazione millenaria che si è consolidata nel tempo, fino a rendere Montefiascone un centro nevralgico del potere ecclesiastico.

Montefiascone, cosa vedere nella Tuscia lazialeA partire dal XIII secolo, la Rocca divenne oggetto di particolare attenzione da parte dei pontefici. Da Innocenzo III a Paolo III, molti papi si occuparono della sua espansione e fortificazione. In particolare, papa Urbano V la elesse a sua residenza estiva durante il soggiorno in Italia dal 1367 al 1370, conferendole un ruolo centrale nella gestione del Patrimonio di San Pietro in Tuscia, l’antico nome dell’attuale provincia di Viterbo. Fu in questi anni che la Rocca divenne il fulcro degli affari politici della Chiesa nell’Italia centrale, soprattutto grazie all’opera del cardinale Egidio Albornoz, che ne riconobbe il valore strategico.

L’innovazione di Antonio da Sangallo

Nel XV secolo, papa Alessandro VI avviò un’importante fase di adeguamento militare, resa necessaria dall’evoluzione delle tecnologie belliche, in particolare l’introduzione delle armi da fuoco. Per far fronte a queste nuove esigenze, venne chiamato il celebre architetto Antonio da Sangallo il Vecchio, che progettò un innovativo piano di ristrutturazione. I lavori proseguirono sotto papa Giulio II e trovarono nuovo impulso con Leone X, che affidò la direzione al nipote del primo architetto, Antonio da Sangallo il Giovane, figura di spicco del Rinascimento italiano.

Nonostante il fervore edilizio, la Rocca conobbe un lento declino a partire dal pontificato di Paolo III Farnese, che trasferì i cannoni al nuovo forte di Perugia e la sede del Rettore del Patrimonio a Viterbo. Alla fine del XVII secolo, la struttura fu concessa in uso al cardinale Marco Antonio Barbarigo, che ne riutilizzò parte dei materiali per costruire il Seminario di Montefiascone. Le parti superstiti della rocca furono adibite a usi più pratici, come magazzini o stamperia, perdendo progressivamente la loro funzione originaria.

Oggi la Rocca dei Papi è rinata grazie a un attento restauro e ospita al suo interno il Museo dell’Architettura Antonio da Sangallo il Giovane. Qui i visitatori possono scoprire l’opera dell’illustre architetto attraverso plastici, disegni originali e approfondimenti multimediali. L’allestimento museale consente di comprendere non solo le soluzioni tecniche adottate per la rocca, ma anche il contesto storico e culturale in cui si svilupparono. Una visita che unisce fascino storico e bellezza paesaggistica, offrendo un’immersione profonda nella Montefiascone papale e rinascimentale.

Montefiascone, cosa vedere nella Tuscia lazialeVisita la Chiesa di Santa Maria di Montedoro, un gioiello di Sangallo

Poco fuori dal centro abitato, lungo la Strada Verentana, sorge la Chiesa di Santa Maria di Montedoro, progettata da Antonio da Sangallo il Giovane. La pianta ottagonale e il coro semicircolare testimoniano lo stile rinascimentale dell’edificio. Gli affreschi interni raffigurano la Crocifissione, la Madonna con il Bambino e la Resurrezione, rendendo la chiesa una tappa ideale per gli amanti dell’arte.

Montefiascone cosa vedere Passeggia in Piazza del Comune

La vita cittadina ruota attorno alla suggestiva Piazza del Comune. Qui si affacciano edifici storici come il Palazzo Comunale, la Chiesa di Sant’Andrea e il Palazzo Renzi. La Torre dell’Orologio e un antico pozzo del XIV secolo, voluto da papa Urbano V, completano l’atmosfera medievale della piazza, rendendola uno degli angoli più suggestivi del centro storico.

Passeggiando tra le pietre secolari della piazza si respira l’essenza autentica del borgo: ogni angolo racconta una storia, ogni scorcio rivela un dettaglio architettonico di pregio. Il Palazzo Comunale, con la sua facciata sobria e armoniosa, è ancora oggi sede dell’amministrazione cittadina e spesso ospita mostre ed eventi culturali. La Chiesa di Sant’Andrea, risalente al periodo medievale, si distingue per la sua semplicità romanica e per gli interni raccolti, luogo di culto molto caro agli abitanti.

Ammira Palazzo Renzi e la Torre dell’Orologio

Il Palazzo Renzi, invece, è un raffinato esempio di architettura signorile del XV secolo, un tempo dimora di famiglie nobili locali. Di fronte, la Torre dell’Orologio scandisce il tempo della vita quotidiana, con le sue campane che ancora oggi accompagnano le ore del giorno. Il pozzo medievale, ben conservato, era una fonte vitale per l’approvvigionamento idrico della popolazione e rappresenta oggi una testimonianza preziosa delle tecniche costruttive dell’epoca.

La piazza si anima soprattutto durante le festività e le manifestazioni, diventando punto di ritrovo e di festa, palcoscenico naturale di rievocazioni storiche, concerti e mercatini. Di sera, quando le luci calde illuminano le facciate in pietra e il silenzio della notte restituisce voce ai secoli passati, Piazza del Comune regala momenti di rara suggestione.

Montefiascone, cosa vedere nella Tuscia lazialeDegusta il vino Est! Est!! Est!!! Tradizione e sapore

Montefiascone è indissolubilmente legata al suo celebre vino bianco Est! Est!! Est!!!, un prodotto tipico del territorio che rappresenta una delle espressioni più autentiche della cultura enogastronomica locale. Questo vino, fresco e profumato, nasce dall’armoniosa unione di uve Trebbiano toscano, Trebbiano giallo e Malvasia, coltivate sulle dolci colline che circondano il lago di Bolsena. Il microclima favorevole e la natura vulcanica dei terreni conferiscono al vino caratteristiche uniche di mineralità e sapidità.

La denominazione Est! Est!! Est!!! affonda le radici nella celebre leggenda del vescovo tedesco Johannes Defuk, già narrata in precedenza, ma ancora oggi viva nell’immaginario collettivo. Questo aneddoto storico, oltre a impreziosire la tradizione del vino, ne ha fatto un vero e proprio simbolo identitario della città, capace di attrarre turisti e appassionati da tutto il mondo.

Montefiascone cosa vedere.

Partecipa alla Fiera del vino

Ogni anno, nel mese di agosto, Montefiascone celebra la sua anima vinicola con la “Fiera del Vino”, una delle manifestazioni più attese dell’estate tusciana. Per oltre una settimana, le vie del centro storico si animano di degustazioni guidate, concerti, spettacoli itineranti e stand gastronomici. L’evento non è solo un’occasione per scoprire le diverse etichette prodotte localmente, ma anche per immergersi nella tradizione popolare grazie a rievocazioni storiche, cortei in costume e antiche danze che trasformano la città in un grande palcoscenico a cielo aperto.

Il vino Est! Est!! Est!!! è disponibile in numerose enoteche e cantine locali, dove è possibile non solo acquistarlo, ma anche partecipare a visite guidate tra i filari, esperienze di vendemmia e degustazioni tecniche. Tra queste si distingue la storica Cantina di Montefiascone, punto di riferimento per la produzione del vino “San Flaviano” DOC, che unisce la qualità del prodotto alla valorizzazione del patrimonio culturale locale.

Assaporare un calice di Est! Est!! Est!!!, magari al tramonto, con lo sguardo che spazia sul lago e le colline della Tuscia, significa partecipare a un rituale antico e condiviso, che racconta il forte legame tra l’uomo, la terra e le sue storie. È un vino che non è solo bevanda, ma memoria viva del territorio e invito a scoprirlo con tutti i sensi.

I dintorni di Montefiascone tra natura, borghi e meraviglie etrusche

Montefiascone non è solo una meta affascinante di per sé, ma rappresenta anche un perfetto punto di partenza per esplorare i tesori della Tuscia. Nei dintorni, si trovano alcuni dei luoghi più suggestivi del Lazio, come Valentano, ideali per una gita giornaliera tra natura, archeologia e tradizioni locali.

Poco distante inoltre, il Lago di Bolsena offre spiagge tranquille, sentieri naturalistici e località pittoresche come Marta e Capodimonte, ideali per una passeggiata sul lungolago o una gita in barca. Gli amanti della storia possono visitare l’antica città etrusca di Ferento, con i suoi scavi archeologici e l’anfiteatro romano, o spingersi fino a Vulci, dove si trova uno dei parchi archeologici più importanti dell’Italia centrale.

Merita una visita anche Viterbo, il capoluogo della Tuscia, con il suo quartiere medievale di San Pellegrino, le terme naturali e il Palazzo dei Papi. Chi cerca atmosfere più intime può esplorare borghi come Civita di Bagnoregio, la “città che muore”, sospesa su un fragile sperone di tufo, o il suggestivo borgo di Tuscania, custode di chiese romaniche e paesaggi incantati.

Tra colline coltivate, oliveti e vigneti, i dintorni di Montefiascone regalano esperienze autentiche, fatte di silenzi antichi, sapori contadini e panorami senza tempo.

Montefiascone cosa vedere e perchè fermarsi nel borgo del vino

Montefiascone è una meta che sorprende e affascina, capace di offrire al visitatore un perfetto connubio tra storia millenaria, arte preziosa, tradizioni vive e paesaggi incantevoli. Dalla maestosità della Rocca dei Papi alla spiritualità della Chiesa di San Flaviano, dalle piazze intrise di Medioevo alle suggestioni panoramiche che si aprono sul Lago di Bolsena, ogni tappa racconta un frammento dell’identità profonda della Tuscia.

Chi cerca ispirazione su Montefiascone e su cosa vedere nella Tuscia laziale troverà una varietà di esperienze capaci di soddisfare tutti i sensi. Non solo monumenti e musei infatti, ma anche percorsi naturalistici, eventi culturali e ovviamente il gusto inconfondibile del celebre Est! Est!! Est!!!. Montefiascone è il luogo ideale per chi ama viaggiare con lentezza, lasciandosi guidare dalla bellezza e dalla curiosità. Un borgo da vivere con gli occhi e con il cuore, dove ogni visita si trasforma in un ricordo indelebile.

Come raggiungere Montefiascone: tra comodità e panorami suggestivi

Raggiungere Montefiascone è semplice e piacevole, soprattutto per chi ama viaggiare in auto. Da Roma il tragitto dura circa un’ora e 45 minuti e si può scegliere tra due percorsi principali. Il più rapido prevede l’uscita dall’autostrada A1 a Orte, proseguendo poi lungo la superstrada Orte–Viterbo fino all’indicazione per Montefiascone. In alternativa, la Strada Statale Cassia (SS2) offre un’opzione più lenta ma decisamente panoramica. Attraversa infatti le dolci colline della campagna laziale, regalando scorci suggestivi e un assaggio della bellezza naturale che caratterizza l’intera zona.

Entrambe le soluzioni conducono agevolmente al borgo, immerso in un paesaggio rurale fatto di vigneti, uliveti e viste mozzafiato sul Lago di Bolsena. Che si scelga la comodità dell’autostrada o il fascino delle strade secondarie, il viaggio verso Montefiascone è parte integrante dell’esperienza, preludio perfetto alla scoperta di questo angolo autentico della Tuscia.

Come raggiungere Montefiascone in treno

Montefiascone è facilmente raggiungibile anche in treno da diverse città italiane, grazie a collegamenti regionali ben organizzati. Il punto di riferimento ferroviario è la stazione di Zepponami, situata a breve distanza dal centro storico e servita da autobus locali e taxi.

Da Roma, si può partire dalle stazioni di Termini o Valle Aurelia prendendo un treno regionale diretto a Viterbo Porta Fiorentina, con un tempo di percorrenza di circa 1 ora e 45 minuti. Da lì, si prosegue fino a Montefiascone con un breve viaggio in treno locale o autobus.

Chi arriva da Napoli può usufruire di collegamenti con Firenze o Roma, e da lì proseguire in direzione Viterbo. L’opzione più comoda prevede un cambio a Roma Termini, per poi seguire lo stesso percorso dei treni regionali verso Viterbo e Montefiascone.

Anche da Firenze è possibile raggiungere Montefiascone in treno, effettuando un cambio a Orte o Roma Tiburtina, e proseguendo in direzione Viterbo. Il viaggio dura circa 3 ore, variando in base alla combinazione scelta, ma rappresenta un’ottima opportunità per attraversare la campagna dell’Italia centrale ammirandone la varietà di paesaggi.

Viaggiare in treno offre quindi una soluzione comoda, economica e sostenibile, ideale per chi desidera godersi il paesaggio senza preoccuparsi della guida, lasciandosi cullare da un ritmo di viaggio più lento e attento..

Un catamarano speciale, una missione globale, un sogno condiviso.
Lo Spirito di Stella non è solo una barca a vela, ma è il simbolo concreto di come l’inclusione possa diventare realtà. Ideato da Andrea Stella, velista diventato paraplegico dopo un’aggressione, questo catamarano è stato costruito per essere completamente accessibile. Rampe, ascensori, bagni adatti e strumenti su misura permettono a chiunque, anche con disabilità motorie, di navigare in libertà.

Ma Lo Spirito di Stella è molto più di un’imbarcazione. È un messaggio che viaggia per il mondo: l’accessibilità non deve essere un’eccezione, ma la regola. Ed è proprio da questa visione che nasce il progetto Wheels on Waves.

Wheels on Waves: la vela che unisce

WoW è un progetto internazionale che porta in mare persone con disabilità, atleti, militari, volontari e navigatori. A bordo di Lo Spirito di Stella, insieme attraversano oceani e continenti per diffondere un messaggio forte e semplice: nessuno deve essere escluso.

Durante questo lungo viaggio intorno al mondo (2023–2025), ogni porto diventa occasione di incontro e sensibilizzazione. L’inclusione non è solo raccontata, ma vissuta ogni giorno tra onde, vele e manovre. In mare, tutti sono parte dell’equipaggio: non contano le condizioni fisiche, ma il contributo di ciascuno.

Lo Spirito di Stella: il catamarano che solca i mari dell'inclusioneLo Spirito di Stella: il catamarano che solca i mari dell’inclusione

L’Associazione “Lo Spirito di Stella” ONLUS, fondata nel 2003 da Andrea Stella, nasce con un obiettivo preciso e profondo: promuovere i diritti delle persone con disabilità e contribuire attivamente a costruire una società più equa, accessibile e consapevole. Nata dall’esperienza personale del suo fondatore, l’Associazione è oggi un punto di riferimento a livello nazionale e internazionale per chi lavora sul campo dell’inclusione sociale e della mobilità accessibile.

Nel corso degli anni, la ONLUS ha dato vita a campagne di sensibilizzazione di ampio respiro, puntando i riflettori sul tema ancora troppo diffuso delle barriere architettoniche, fisiche e culturali, che limitano l’autonomia e la partecipazione delle persone con disabilità nella vita quotidiana. Con linguaggi semplici ma incisivi, l’Associazione ha saputo parlare a istituzioni, cittadini, aziende e scuole, generando dialogo, consapevolezza e cambiamento.

Progetti che valorizzano le potenzialità individuali

Accanto all’impegno comunicativo, si affianca un’intensa attività progettuale: laboratori educativi, eventi formativi, percorsi di avvicinamento allo sport e alla vela, iniziative per l’inserimento lavorativo e sociale, azioni concrete a supporto della mobilità sostenibile. Ogni progetto è pensato per valorizzare le potenzialità individuali e per restituire alla persona con disabilità il ruolo di protagonista attivo all’interno della comunità.

La forza dell’Associazione risiede nella sua capacità di fare rete: con le istituzioni, con il mondo della scuola, con il tessuto imprenditoriale, con le Forze Armate, con le associazioni del territorio. Un lavoro quotidiano, appassionato, orientato non solo a migliorare le condizioni di vita di chi oggi vive una disabilità, ma anche a costruire un modello culturale alternativo, in cui la diversità non sia vista come limite, ma come risorsa.

Nel tempo, “Lo Spirito di Stella” è diventato più di un nome, è diventato un simbolo, un messaggio che viaggia per mare e per terra, testimoniando che l’inclusione è possibile, concreta, necessaria. Un messaggio che continua a crescere, alimentato dalle persone, dalle storie e dai sogni che ogni giorno si uniscono a questa visione condivisa.

L’inclusività parte dal design

Lo Spirito di Stella, lungo 18 metri e largo 7,80 metri, non è solo un’imbarcazione, è un progetto di accessibilità navigante. Pensato fin dal primo disegno per accogliere chiunque, indipendentemente dalle proprie caratteristiche fisiche, sensoriali o cognitive, questo catamarano rappresenta un raro esempio di design universale applicato al mondo della nautica. Ogni dettaglio è stato studiato affinché tutte le persone a bordo possano sentirsi protagoniste attive della vita di mare, non semplici passeggeri assistiti.

Lo Spirito di Stella: il catamarano che solca i mari dell'inclusioneL’accesso alle carrozzine è reso possibile da soluzioni progettuali intelligenti e concrete. Gli spazi interni sono concepiti nel rispetto degli standard internazionali per l’accessibilità. La larghezza dei passaggi non scende mai sotto i 71 cm, garantendo così libertà di movimento anche nelle manovre più complesse. I comandi, pulsanti, interruttori, strumenti di navigazione, sono posizionati a 70 cm da terra, una misura che tiene conto delle limitazioni di estensione del braccio per chi si muove in sedia a rotelle.

Il cuore pulsante dell’imbarcazione è la zona centrale. La dinette, posizionata sul lato di dritta, ospita momenti di condivisione e relax, mentre la cucina, accessibile, funzionale e aperta, è il centro operativo della vita quotidiana a bordo. A prua si apre un ampio tavolo pensato per le attività comuni, mentre sul lato di tribordo si trova un piano di lavoro attrezzato con tutte le strumentazioni per la navigazione, anch’esse accessibili e leggibili da seduti.

Lo Spirito di Stella: il catamarano che solca i mari dell'inclusioneCabine completamente accessibili

Le cabine, studiate nei minimi dettagli, offrono comfort e accessibilità. Due di queste sono dotate di bagni completamente adattati alle esigenze delle persone con disabilità motoria, frutto di un attento studio ergonomico delle dinamiche di movimento in carrozzina. La distribuzione degli spazi, la presenza di maniglioni, lavandini regolabili e docce accessibili permettono un’esperienza autonoma, dignitosa e sicura anche durante la permanenza notturna.

L’accesso a bordo avviene tramite una passerella larga 80 cm, che può essere posizionata orizzontalmente sulla plancetta di poppa oppure sul lato destro della barca, in base alle esigenze del porto. Non è necessario alcun montacarichi esterno. Due ascensori interni, discreti ma efficienti, collegano il ponte principale alle cabine di poppa, e possono essere attivati sia da telecomando sia tramite pulsanti facilmente raggiungibili.

Un pratico seggiolino traslabile consente alle persone con difficoltà motorie di spostarsi agevolmente tra poppa e prua, anche durante la navigazione. Per chi desidera immergersi in mare, è disponibile un sollevatore dotato di un imbrago speciale che permette di entrare e uscire dall’acqua in totale sicurezza, rendendo così l’esperienza del bagno in mare un diritto accessibile a tutti, e non un privilegio.

In ogni angolo del catamarano si respira l’idea di un mare aperto, non solo geograficamente ma anche mentalmente: uno spazio dove l’autonomia incontra la bellezza, e l’inclusione diventa realtà concreta, vissuta, condivisa.

L’incontro simbolico con l’Amerigo Vespucci

L’Amerigo Vespucci, storica e iconica Nave Scuola della Marina Militare Italiana, ha salpato gli ormeggi il 1° luglio 2023 per intraprendere un ambizioso giro del mondo della durata complessiva di 20 mesi. La sua rotta ha toccato cinque continenti e attraversato tre oceani, proseguendo nel solco delle grandi tradizioni marittime italiane e contribuendo, in ogni porto, alla diffusione della cultura nazionale, della professionalità delle nostre Forze Armate e dell’eccellenza del Made in Italy. A bordo gli Allievi Ufficiali hanno vissuto un’esperienza formativa irripetibile, che ha unito l’addestramento tecnico e operativo a preziose occasioni di scambio interculturale e di rappresentanza diplomatica.

Ogni scalo è diventato così una vetrina itinerante del saper fare italiano, dall’artigianato alla nautica, dalla moda all’alta tecnologia, fino alla promozione della lingua, della storia e dei valori che identificano il nostro Paese nel mondo. La nave, riconoscibile per la sua inconfondibile livrea nera, bianca e oro, Si è trasformata in un ambasciatore galleggiante di italianità, un simbolo del legame tra mare, tradizione e progresso.

La rotta inclusiva de Lo Spirito di Stella

In parallelo, il catamarano Lo Spirito di Stella ha seguito un percorso simile, tracciando una rotta inclusiva che ha attraversato anch’essa i cinque continenti. L’incontro tra le due unità, sebbene differenti per storia, forma e finalità, si fa altamente simbolico: il prestigio della tradizione marittima militare e la visione innovativa dell’inclusione sociale si uniscono nel segno della cooperazione e del rispetto reciproco.

Durante il viaggio, Lo Spirito di Stella e la Nave Vespucci si sono incrociate in vari porti strategici, navigando fianco a fianco in tratte condivise e sostenendo insieme importanti tappe del Mediterraneo e dell’Oceania, tra cui l’Australia. Questi incontri non sono stati semplici coincidenze logistiche, ma autentici momenti di dialogo tra mondi diversi, accomunati da valori forti: servizio, responsabilità, dignità umana e apertura culturale.

Il rientro congiunto in Italia nella primavera del 2025, rappresenta il culmine di una duplice missione, quella di formare le nuove generazioni di ufficiali e quella di affermare, con forza e concretezza, che il mare appartiene a tutti, senza distinzioni di grado, abilità o provenienza. Insieme, queste due imbarcazioni, raccontano al mondo un’Italia che guarda al futuro saldamente ancorata alle sue radici, capace di coniugare storia e innovazione, disciplina e inclusività.

Lo Spirito di Stella. Un equipaggio di storie, coraggio e dedizione

Uno degli elementi più significativi e ispiratori del progetto Lo Spirito di Stella è, senza dubbio, la straordinaria umanità dell’equipaggio. A bordo si sono avvicendati uomini e donne che portano con sé non solo competenze tecniche, ma esperienze di vita dense di coraggio, determinazione e voglia di riscatto. Ogni traversata, ogni manovra, ogni notte di guardia condivisa è diventata occasione di confronto, crescita e solidarietà concreta.

Matteo Rapposelli, l’unico membro dell’equipaggio che non ha mai lasciato il catamarano

Tra i protagonisti di questa avventura c’è Matteo Rapposelli, che ha solcato i mari a bordo del catamarano per oltre tre anni. La sua dedizione quotidiana, la profonda conoscenza della barca e il suo impegno silenzioso ma fondamentale fanno di lui un punto di riferimento per tutto l’equipaggio. A soli 23 anni infatti, è l’unico membro dell’equipaggio permanente a bordo del catamarano Lo Spirito di Stella, impegnato in un giro del mondo inclusivo iniziato nel 2023. 

Appassionato di mare fin da bambino, ha trasformato la vela in una professione e una missione. Determinato, competente e sempre sorridente, Matteo è il volto giovane di una vela che include e ispira. Un esempio concreto di come la passione possa diventare impegno, e l’impegno una rotta da seguire.

Lo Spirito di Stella: il catamarano che solca i mari dell'inclusioneL’equipaggio che ci ha accolto a Gaeta

Tra i volti che hanno segnato questa rotta c’è anche quello di Donato Giurgola, sottufficiale della Marina Militare Italiana, che ha portato in navigazione professionalità, spirito di servizio e profondo senso del dovere. Il suo contributo ha rafforzato quel legame speciale che unisce il mondo militare a quello civile, nel segno del rispetto e della collaborazione.

Un ringraziamento speciale va infine al comandante Tullio Picciolini, navigatore esperto e colonna portante di questa impresa. La sua guida ferma e umana, unita a un’instancabile capacità di ascolto e accoglienza, ha reso possibile un ambiente di bordo coeso, sicuro e aperto a tutti. In una traversata che ha messo alla prova corpo e spirito, la sua presenza è stata una bussola, capace di indicare sempre la rotta giusta, anche nei momenti più impegnativi.

A tutti loro, e a ogni marinaio che ha preso parte a questa avventura, va un sentito e profondo grazie. E’ grazie alle loro storie, al loro impegno e alla loro generosità se Lo Spirito di Stella non è solo un catamarano, ma una vera comunità navigante, che porta nel mondo il vento dell’inclusione e della dignità.

Lo Spirito di Stella. Innovazione, sostenibilità, accessibilità

Oltre a incarnare una visione avanzata di inclusione, Lo Spirito di Stella è anche un modello concreto di sostenibilità ambientale e innovazione tecnologica applicata alla nautica. Il catamarano è parzialmente alimentato da pannelli solari integrati e utilizza sistemi a basso impatto ecologico, pensati per ridurre al minimo l’impronta ambientale durante la navigazione oceanica. Ogni aspetto della vita a bordo riflette una scelta consapevole: dalla gestione differenziata dei rifiuti alla riduzione del consumo idrico, dall’impiego di materiali riciclabili e atossici alla scelta di vernici ecocompatibili per la manutenzione della carena. Anche i consumi energetici sono monitorati e ottimizzati attraverso strumenti digitali che garantiscono efficienza senza rinunciare al comfort.

Sostenibiltà e comunicazione

Ma la sostenibilità, qui, non si ferma alla dimensione ecologica, si estende alla comunicazione, trasformando il viaggio in un’esperienza condivisa e accessibile a tutti. Grazie a un’infrastruttura digitale all’avanguardia, che include connessioni satellitari, social network e piattaforme interattive, il progetto permette a migliaia di persone nel mondo di “salire a bordo virtualmente” e seguire ogni tappa, ogni testimonianza, ogni scoperta del viaggio.

Questa narrazione partecipata ha dato vita a una vera community globale, composta da appassionati di vela, persone con disabilità, studenti, famiglie, tecnici del settore e semplici curiosi. Una rete di contatti e valori che cresce ogni giorno, navigando tra i continenti e unendo persone diverse nel segno dell’accessibilità, del rispetto per il pianeta e della volontà di costruire insieme un futuro più equo e condiviso.

In questo senso, Lo Spirito di Stella non è solo un catamarano, ma è una piattaforma galleggiante di idee, tecnologie e relazioni. Un progetto che guarda lontano, ma che nasce da scelte precise e quotidiane, fatte con cura e responsabilità.

Lo Spirito di Stella verso il ritorno, con una rotta chiara: cambiare il mondo

Il rientro del catamarano Lo Spirito di Stella è previsto per il 10 giugno 2025 nel porto di Genova, dove si terrà l’evento conclusivo di questo straordinario viaggio intorno al mondo. Ma se la rotta fisica si chiuderà con l’arrivo in Italia, il vero traguardo è rappresentato da ciò che questo progetto ha seminato lungo ogni tappa: relazioni umane, consapevolezza culturale, modelli replicabili di accessibilità e un messaggio universale che continuerà a navigare ben oltre i confini geografici.

Il ritorno sarà dunque solo un nuovo inizio. Un punto di ripartenza per continuare a trasformare la navigazione inclusiva in un esempio concreto di cambiamento culturale. Perché ogni porto toccato, ogni incontro vissuto e ogni ostacolo superato hanno lasciato una traccia. E quella traccia, oggi, è diventata una rotta possibile per tutti.


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Nel cuore del suggestivo borgo di San Martino al Cimino, avvolta dai secolari boschi dei Monti Cimini, si innalza con austera eleganza l’Abbazia cistercense dedicata a San Martino. Una presenza che attraversa i secoli, custode di un dialogo continuo tra spiritualità, arte e potere. Fondata intorno alla metà del XII secolo dai monaci dell’Ordine Cistercense, l’Abbazia fu realizzata seguendo i canoni dello stile gotico cistercense, improntato a una rigorosa semplicità. Uno stile caratterizzato da linee verticali, slancio ascetico, assenza di orpelli. L’essenzialità delle forme, la sobrietà degli spazi e la luce naturale che penetra attraverso le monofore creano un ambiente raccolto e profondamente spirituale, pensato per favorire il silenzio, la preghiera e la meditazione.

I monaci cistercensi, provenienti da Pontigny in Francia, erano noti per la loro vita laboriosa e per l’alto rigore morale. In poco tempo fecero dell’Abbazia non solo un centro religioso di riferimento, ma anche un fulcro economico e sociale, attorno al quale sorse una comunità organizzata e autosufficiente. La loro presenza ha lasciato un’impronta profonda nel paesaggio agrario e culturale della Tuscia.

L’Abbazia cistercense di San Martino al Cimino

La vera trasformazione avvenne però nel XVII secolo, quando Donna Olimpia Maidalchini Pamphilj, cognata di Papa Innocenzo X, ricevette dal pontefice il titolo di Principessa di San Martino. Figura controversa, potente e colta, Donna Olimpia non si limitò ad amministrare un feudo: fece di San Martino al Cimino il cuore pulsante di un progetto lungimirante, un laboratorio politico e architettonico. Con l’aiuto di artisti e architetti di grande prestigio, tra cui Francesco Borromini, genio del barocco romano, plasmò il borgo secondo criteri di ordine, armonia e funzionalità.

L’Abbazia fu restaurata e integrata perfettamente nel nuovo disegno urbanistico. Attorno ad essa sorsero piazze, residenze nobiliari e un tessuto urbano ispirato ai principi della città ideale. Ogni elemento rispondeva a un’idea precisa, riflesso della volontà forte e illuminata della principessa.

Itinerario di visita

La facciata 

La facciata dell’Abbazia di San Martino al Cimino, sobria e compatta, accoglie il visitatore con l’eleganza severa tipica dell’architettura cistercense. Realizzata in pietra locale, priva di decorazioni ridondanti o elementi superflui, essa rappresenta un manifesto visivo della spiritualità medievale. Un invito al raccoglimento, alla concentrazione interiore, alla rinuncia dell’ornamento in favore della purezza formale.

Il portale d’ingresso, ad arco a sesto acuto, spicca per le sue proporzioni equilibrate e per la forza espressiva della pietra scolpita. La sua monumentalità non ostenta potere, ma trasmette un senso di protezione e stabilità, quasi fosse la soglia verso uno spazio altro, dedicato alla meditazione e alla comunione con il divino. È un ingresso che suggerisce, ancor prima di varcare la navata, l’idea di una fede concreta, fondata sull’essenzialità dei gesti e sulla sobrietà della materia.

L'Abbazia cistercense di San Martino al CiminoAi lati, la muratura è scandita da contrafforti che, oltre a sorreggere la struttura, contribuiscono a disegnare una facciata armoniosa nella sua compostezza. Pochi elementi architettonici, selezionati con cura, bastano a conferire all’edificio un’aura di nobile rigore: una bellezza che non si impone, ma che si svela lentamente, in accordo con lo spirito contemplativo dell’ordine cistercense.

Navata centrale e colonne scolpite

La navata principale, ampia e luminosa, è scandita da una solenne sequenza di possenti colonne in pietra, che sorreggono l’alzato con un’eleganza austera. A colpire immediatamente l’occhio del visitatore sono le basi di queste colonne, che presentano un unicum di straordinario fascino: singolari figure antropomorfe e zoomorfe, scolpite con sorprendente maestria. Si tratta di elementi decorativi rarissimi all’interno dell’architettura cistercense, solitamente improntata a una rigorosa sobrietà espressiva. Qui, invece, l’iconografia si fa densa e misteriosa, quasi a voler rompere il silenzio pietroso dell’insieme con un sussurro arcano.

L'Abbazia cistercense di San Martino al CiminoLe sculture raffigurano creature grottesche, volti umani deformati in espressioni enigmatiche, animali fantastici che sembrano provenire da un immaginario medievale ricco di simboli e allegorie. Alcuni interpretano queste presenze come moniti visivi contro il peccato e i miscredenti, altri come reminiscenze di culti arcaici sopravvissuti sotto forma di immagini marginali. Qualunque ne sia l’origine, esse conferiscono allo spazio sacro un’aura di profondità simbolica e spirituale, quasi a voler ricordare che anche il mistero, l’ambiguità e l’invisibile fanno parte del cammino dell’uomo verso il divino.

Camminare lungo la navata, tra queste figure che paiono osservare silenziosamente chi passa, significa percorrere un sentiero antico, fatto di pietra e immaginazione, in cui la fede dialoga con l’inconscio e il sacro si intreccia con il fantastico.

L'Abbazia cistercense di San Martino al Cimino

L’Abbazia cistercense di San Martino al Cimino. L’abside e coro monastico

Nella zona absidale, cuore liturgico e spirituale dell’intero complesso, si conserva ancora intatta l’austerità originaria dell’Abbazia, riflesso della rigorosa essenzialità cistercense. È uno spazio dove il tempo sembra rallentare, dove ogni elemento architettonico invita alla meditazione e al raccoglimento interiore. Qui si trovava l’antico coro ligneo dei monaci, un manufatto oggi perduto ma la cui presenza è ancora percepibile. Da quelle panche intagliate si levavano i canti della liturgia delle ore, intonati con precisione quasi mistica, che si diffondevano tra le pietre, esaltati dalla straordinaria acustica dell’edificio.

L’altare, sobrio e privo di orpelli, rimane fedele alla spiritualità cistercense che rifugge ogni forma di eccesso decorativo per restituire al sacro la sua essenza più pura. La luce naturale penetra discreta attraverso le strette monofore, avvolgendo lo spazio in un chiarore soffuso, cangiante nelle diverse ore del giorno, quasi a voler suggerire una presenza divina che si manifesta con pudore. Le alte volte a crociera, leggere e imponenti al tempo stesso, sembrano innalzare lo sguardo verso l’invisibile, verso un cielo scolpito nella pietra.

In questo luogo, ogni dettaglio, dal disegno delle arcate alla disposizione degli spazi, concorre a creare un’atmosfera di intensa spiritualità, dove l’essenziale diventa eloquente e il silenzio acquista valore di preghiera.

L’Abbazia cistercense di San Martino al Cimino.

Le cappelle laterali e opere d’arte

Alcune cappelle laterali dell’Abbazia custodiscono preziose opere pittoriche attribuite a Mattia Preti, straordinario protagonista del barocco napoletano e considerato l’ultimo grande interprete della lezione caravaggesca. La sua arte, intrisa di intensità drammatica, si riconosce per l’uso sapiente del chiaroscuro, che modella i volti e i corpi con una luce viva, radente, quasi teatrale. Le scene sacre che vi sono raffigurate, spesso episodi evangelici di forte pathos, non sono solo rappresentazioni devozionali, ma vere e proprie messe in scena spirituali, capaci di coinvolgere emotivamente il visitatore e amplificare l’atmosfera mistica della navata.

Tra le opere più significative spiccano gli stendardi pittorici che raffigurano San Martino, patrono del borgo e figura centrale nella spiritualità dell’Abbazia. In particolare, una delle scene più toccanti è quella in cui il santo, con gesto generoso, divide il proprio mantello per donarlo a un povero infreddolito. La composizione, vibrante di movimento e umanità, incarna perfettamente il messaggio evangelico della carità, reso visibile attraverso lo sguardo accorato dei personaggi, i panneggi animati dal vento e i riflessi dorati che avvolgono la scena.

L’iconografia della contemplazione

I personaggi dipinti da Preti sembrano emergere dalla penombra con una fisicità vibrante, con sguardi intensi e gesti eloquenti che invitano alla riflessione e alla partecipazione interiore. Il pittore riesce così a tradurre in immagini la profondità del sentimento religioso, arricchendo l’architettura sobria dell’Abbazia con accenti visivi di grande potenza. Queste opere non sono solo la testimonianza d’arte, ma strumenti di meditazione visiva, attraverso cui la luce e la fede si incontrano, lasciando un’impronta indelebile nell’animo di chi le osserva.

L’inserimento degli stendardi di Mattia Preti in questo contesto monastico non è casuale. Essi infatti dialogano armoniosamente con la spiritualità cistercense, offrendo al pellegrino moderno una via iconografica alla contemplazione. Ogni pennellata, ogni ombra, ogni gesto racconta una storia antica e universale, che ancora oggi parla al cuore con sorprendente attualità.

L’Abbazia cistercense di San Martino al Cimino. La tomba di Donna Olimpia

Nel cuore dell’Abbazia di San Martino al Cimino si trova la tomba di Donna Olimpia Maidalchini, figura cardine nella rinascita architettonica e culturale del borgo. La sua sepoltura, sobria ma carica di significato, è collocata nel presbiterio dell’edificio, a pochi passi dall’altare maggiore, quasi a suggellare quel legame profondo tra la sua vita terrena e la dimensione spirituale che ella contribuì a plasmare. Non si tratta solo di un luogo di riposo, ma di un punto simbolico in cui si concentra la memoria di un’intera epoca, quella in cui visione politica, fede e arte si fusero in un progetto organico e ambizioso.

Il memento mori del barocco

Ciò che colpisce profondamente il visitatore è la presenza, intorno alla tomba, di straordinarie sculture marmoree raffiguranti scheletri, fiigure allegoriche scolpite con rara maestria, che incarnano il memento mori del barocco. Questi scheletri, lungi dall’essere macabri, sono parte integrante di un discorso artistico e spirituale. Ricordano invece la caducità della vita e l’inevitabilità della morte, ma anche la possibilità di redenzione e di trascendenza attraverso la fede e le opere. La loro prresenza accanto alla sepoltura di Donna Olimpia conferisce al complesso un’aura di meditazione profonda, quasi una liturgia silenziosa scolpita nella pietra.

L'Abbazia cistercense di San Martino al Cimino

In questo contesto, l’arte non è decorazione, ma linguaggio. Le forme ossute e i volti scavati dei teschi marmorei sembrano dialogare con l’architettura cistercense e con le tele di Mattia Preti che adornano le cappelle vicine, componendo un insieme coerente e toccante. Donna Olimpia, che in vita fu promotrice di bellezza e ordine, riposa così in uno spazio dove la teatralità barocca si unisce al rigore spirituale. Un tributo, questo, potente e sobrio al tempo stesso, che rende la sua tomba un punto culminante del percorso di visita dell’Abbazia, nonché una delle sue espressioni artistiche più dense di significato.

Questa sepoltura, più che un omaggio postumo, è la testimonianza viva di un’esistenza vissuta all’insegna della trasformazione e dell’arte. È un invito a riconoscere il lascito di una donna che non si limitò a governare, ma seppe immaginare e realizzare un modello di comunità ispirato alla bellezza, alla cultura e alla spiritualità.

La Sala Capitolina e la bozza di Borromini

Di particolare interesse all’interno dell’Abbazia è la Sala Capitolina, uno spazio che riveste un ruolo centrale nella vita monastica e comunitaria. Questa sala ospita l’ingrandimento di una bozza progettuale attribuita al celebre architetto Francesco Borromini, presumibilmente concepita per la ristrutturazione e il miglioramento del complesso abbaziale. Lo schizzo, accuratamente ampliato per facilitarne la lettura, svela la meticolosa attenzione di Borromini verso la simmetria perfetta, la geometria rigorosa e l’armoniosa integrazione tra dimensione sacra e civile, elementi fondanti della sua visione architettonica.

La Sala Capitolina non era semplicemente un luogo fisico. Rappresentava infatti il cuore pulsante del monastero, dove i monaci si riunivano per discutere e prendere decisioni fondamentali riguardanti sia la regola spirituale che l’amministrazione pratica della vita quotidiana della comunità. È facile percepire ancora oggi l’aura di concentrazione e rispetto che avvolge questo ambiente, testimone silenzioso di un’attività intellettuale e spirituale intensa e condivisa.

Le pareti e l’atmosfera della sala riflettono la duplice funzione di quetso spazio, ossia un crocevia tra fede e azione, tra spiritualità e pragmatismo. L’ingrandimento della bozza di Borromini diventa così un prezioso documento che permette di comprendere come l’architettura, oltre a essere arte, sia strumento di organizzazione sociale e spirituale, capace di plasmare l’esperienza quotidiana e rafforzare il senso di comunità e appartenenza. Visitare la sala Capitolina significa dunque immergersi in un luogo dove l’ingegno umano e la devozione si incontrano, fondendo passato e presente in un dialogo senza tempo. 

L'Abbazia cistercense di San Martino al CiminoUn ringraziamento speciale

Un sentito ringraziamento va a Colombo Bastianelli, memoria storica del borgo e guida attenta e appassionata. Grazie alla sua profonda conoscenza e alla sua capacità narrativa, ogni visita all’Abbazia si trasforma in un’esperienza culturale e umana di rara intensità. I suoi racconti, puntuali e coinvolgenti, restituiscono vita a ogni angolo dell’edificio, svelando dettagli altrimenti invisibili agli occhi del visitatore distratto.

Perchè visitare l’Abbazia Cistercense di San Martino al Cimino

L’ Abbazia di San Martino al Cimino non è soltanto un luogo di culto. E’ un’opera corale che unisce spiritualità medievale, cultura barocca e ambizione politica. È il simbolo di un’epoca in cui l’arte era strumento di elevazione morale e bellezza condivisa, un monumento vivente che continua a parlare a chi sa ascoltare. Ogni elemento architettonico, ogni decorazione, ogni spazio racconta una storia più grande, fatta di fede, di potere illuminato e di profondo senso comunitario.

Visitare l’Abbazia significa immergersi in un racconto fatto di pietra e luce, di rigore e meraviglia. Un’esperienza capace di toccare l’anima, tra le navate silenziose, le colonne scolpite e le tele che ancora oggi sembrano respirare. È un percorso che attraversa secoli di storia, nel quale l’antico fervore cistercense incontra la raffinata progettualità barocca di Donna Olimpia, dove il misticismo medievale si fonde con la teatralità pittorica di Mattia Preti e con la genialità architettonica di Borromini. Ogni passo tra i suoi ambienti, dal maestoso ingresso gotico alla suggestiva sala capitolare, dalle cappelle fino alla zona absidale, rivela un equilibrio perfetto tra austerità monastica e splendore artistico. E’ proprio questa armonia a rendere l’Abbazia di San Martino al Cimino un luogo unico, capace di ispirare tanto lo studioso quanto il pellegrino, il curioso e l’innamorato dell’arte. Quest’abbazia non è solo un’eredità da conservare ma è un patrimonio vivo, che chiede di essere vissuto con gli occhi, la mente e il cuore.

 

Adagiato sulle alture che guardano il Lago di Bolsena, Valentano è uno di quei borghi della Tuscia viterbese in cui il tempo sembra aver rallentato il passo per lasciare spazio alla memoria, alla spiritualità e alla bellezza. Qui la quiete del paesaggio collinare, fatto di campi coltivati, boschi silenziosi e vedute mozzafiato, si fonde armoniosamente con la ricchezza del patrimonio artistico e religioso, rendendo Valentano una meta ideale per chi cerca un’esperienza autentica, lontana dai circuiti del turismo di massa.

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Passeggiando tra le sue stradine lastricate, si avverte l’anima profonda di un territorio che ha saputo conservare intatte le proprie radici: tra chiese secolari, rituali popolari e fortezze nobiliari, Valentano racconta una storia fatta di fede, potere e legame con la terra. Ogni pietra parla, ogni scorcio invita alla contemplazione, ogni profumo di cucina riporta alla mente la genuinità dei sapori contadini. È un borgo che si offre al visitatore con discrezione e fascino, pronto a svelare i suoi segreti a chi ha occhi e cuore per coglierli.

Valentano. Borgo autentico nel cuore della Tuscia

Entra nella Chiesa di Santa Maria del Gonfalone

Poco fuori dalle mura che abbracciano il centro storico di Valentano, lungo l’antico tracciato che collegava il borgo al Lago di Bolsena, sorge la Chiesa di Santa Croce. La sua posizione extra moenia, tipica degli edifici votivi legati alla pietà popolare, la colloca idealmente al confine tra il sacro e il quotidiano, tra il cammino terreno e quello spirituale.

L’edificio attuale è il risultato di un’evoluzione che affonda le radici nel XV secolo, quando venne edificato un primo sacello dedicato a Santa Maria dei Battenti. Questa denominazione si lega alla tradizione dei flagellanti, detti anche “battenti”, confraternite penitenziali molto attive nel centro Italia durante il tardo Medioevo.

La Confraternita del Gonfalone

Con il tempo, e soprattutto a partire dalla metà del Seicento, la piccola cappella fu oggetto di significativi interventi di ampliamento e restauro, legati all’operato della Confraternita del Gonfalone di Santa Croce, da cui la chiesa assunse l’attuale nome. Questo passaggio segna non solo una trasformazione architettonica, ma anche un’evoluzione nel culto e nella funzione comunitaria dell’edificio.

All’interno, sull’altare maggiore, si conserva un delicato affresco di scuola umbro-senese, databile alla metà del Quattrocento. La scena raffigura la Madonna col Bambino tra due angeli, accompagnata in basso da due figure di battenti in atteggiamento devoto: una rappresentazione intensa che testimonia la profonda religiosità popolare dell’epoca, in cui la sofferenza era vissuta come forma di redenzione.

Originariamente, la chiesa ospitava due altari laterali: uno dedicato alla Vergine del Carmelo, sostituito in epoca recente da quello attuale in memoria dei caduti valentanesi di tutte le guerre, l’altro dedicato a Sant’Agostino, che oggi accoglie una venerata immagine della Madonna dei Sette Dolori. 

A testimoniare la vitalità della devozione contemporanea, nel 1986 è stata realizzata una nuova porta in bronzo dall’artista Mario Balestra. L’opera, moderna nel linguaggio ma profondamente legata alla spiritualità del luogo, chiude simbolicamente un percorso che unisce secoli di storia e di fede, ancora oggi palpabili tra le mura di questa piccola, preziosa chiesa fuori dal tempo.

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Visita il Castello Farnese: tra strategie politiche e affetti dinastici

A dominare il borgo, nella sua posizione strategica affacciata verso il confine dell’antico Granducato di Toscana, si erge il maestoso Castello Farnese. Edificato a partire dal XIII secolo come struttura difensiva, fu poi trasformato in elegante residenza nobiliare dalla famiglia Farnese, che scelse Valentano come avamposto privilegiato nella rete dei propri possedimenti. La posizione geografica, a cavallo tra i territori papali e le aree sotto influenza toscana, fece del castello non solo un baluardo militare, ma anche un raffinato centro di rappresentanza e strategia politica.

Valentano. Cosa vedere nel Borgo autentico nel cuore della TusciaProprio tra le sue mura, la storia assume i toni della diplomazia cortese e del simbolismo dinastico. È qui che si sarebbe celebrato il leggendario “matrimonio del giglio e della rosa”, un’unione allegorica che suggellava l’alleanza tra i Farnese, il cui emblema araldico è appunto il giglio, e una nobile casata francese, rappresentata dalla rosa. Questo evento, seppur avvolto da una patina di mito, incarna lo spirito dell’epoca. Un tempo in cui i matrimoni erano strumenti politici, e l’amore trovava spazio nelle trame della diplomazia europea.

Oggi il castello, magnificamente conservato e riaperto al pubblico, ospita il Museo della Preistoria della Tuscia e della Rocca Farnese, che racconta il territorio nei suoi millenni di evoluzione. Attraverso una ricca collezione di reperti, utensili, vasellame, strumenti in selce, è possibile ripercorrere la storia dell’insediamento umano nella zona, dalle civiltà protostoriche fino al Rinascimento.

Le sale affrescate del piano nobile, gli ambienti della corte e le torri panoramiche rievocano invece la stagione farnesiana con arredi d’epoca, documenti storici e ricostruzioni scenografiche. Camminare tra questi spazi significa immergersi in un tempo di fasti e strategie, di potere e bellezza, dove ogni stanza racconta un frammento di storia e ogni finestra apre lo sguardo su un paesaggio che sembra non essere cambiato da secoli.

Alt! Obbligo di baciarsi!

Affacciato sul lago di Bolsena, il Belvedere di Valentano è uno di quei luoghi dove il paesaggio diventa emozione. Da qui lo sguardo spazia libero tra colline dolci, campi coltivati e l’azzurro del lago che riflette la luce in mille sfumature, regalando scenari indimenticabili all’alba e al tramonto. È il punto ideale per fermarsi, respirare profondamente e lasciare che la bellezza faccia il suo corso. Ma questo non è solo un luogo panoramico: è anche sede della romantica “Stazione dell’obbligo di baciarsi”, una piccola installazione che invita, con ironia e tenerezza, coppie e viaggiatori a suggellare con un bacio la magia del momento.

Più che una semplice attrazione, è diventata una tappa simbolica, capace di unire il gesto più semplice con il paesaggio più incantevole. Un invito a rallentare, a prendersi il tempo per amare e per meravigliarsi. Perché anche questo è Valentano: un borgo che sa parlare al cuore, con parole silenziose ma profonde.

Valentano. Cosa vedere nel Borgo autentico nel cuore della TusciaScopri le tradizioni locali

Tra i momenti più solenni e suggestivi della vita religiosa di Valentano vi è senza dubbio la Processione del Venerdì Santo, organizzata con grande cura e devozione dall’Associazione INRI, custode di una tradizione secolare che unisce fede, teatralità e partecipazione collettiva. Si tratta di una delle rievocazioni più intense della Passione di Cristo in tutta la Tuscia, capace di coinvolgere l’intera comunità e di attirare numerosi visitatori ogni anno.

La processione si snoda lungo le vie del centro storico in un silenzio carico di tensione spirituale, rotto solo dal suono cupo dei tamburi e dal canto delle litanie. I membri dell’associazione, in abiti d’epoca e a volto coperto, danno vita a una rappresentazione drammatica e coinvolgente: incappucciati penitenti, soldati romani, donne in lutto, e naturalmente le figure di Gesù e della Vergine, compongono un corteo che è insieme atto di fede e rito collettivo. I personaggi, rigorosamente scelti tra i cittadini, recitano senza parole, affidando tutto alla gestualità e alla potenza evocativa della scena.

Ogni stazione della Via Crucis è scandita da momenti di profonda intensità emotiva. Particolarmente toccante è la scena della Crocifissione, che si svolge nella piazza principale, illuminata solo da torce e candele. Qui, davanti a una folla raccolta e silenziosa, si consuma simbolicamente il sacrificio, tra lacrime, preghiere e una tensione quasi tangibile.

La processione non è solo un evento spettacolare: è un’esperienza collettiva che attraversa le generazioni, un rituale identitario che rinnova il legame tra il sacro e la comunità. Grazie all’impegno appassionato dell’Associazione INRI, Valentano continua a vivere e a far vivere un rito che non è solo memoria del passato, ma presenza viva di una fede che si fa corpo e cammino.

Valentano. Visita l’Azienda Elisir di lunga vita

Tra le dolci colline di Valentano cresce una pianta antica e preziosa: il cartamo, noto anche come “zafferano bastardo”. E’ un fiore dai petali dorati che oggi rappresenta una piccola eccellenza agricola del territorio. A custodire e valorizzare questa coltura è Elisir di Lunga Vita, l’unica azienda locale specializzata nella produzione di cartamo, impegnata con passione nella riscoperta delle sue virtù benefiche e nella promozione di un’agricoltura etica e sostenibile.

Coltivato nel rispetto della biodiversità e senza uso di pesticidi, il cartamo di Valentano viene trasformato in pregiati oli estratti a freddo, utilizzati sia in campo alimentare che cosmetico. L’olio alimentare di cartamo è ricco di acidi grassi insaturi, omega-6 e vitamina E. Risulta quindi un alleato naturale per la salute cardiovascolare e il controllo del colesterolo, leggero e delicato, ideale per condire a crudo o preparare piatti genuini.

In ambito cosmetico, Elisir di Lunga Vita propone una linea di prodotti naturali a base di olio di cartamo, tra cui trovi creme idratanti, balsami labbra, unguenti nutrienti e oli da massaggio, tutti formulati per prendersi cura della pelle in modo delicato ma efficace, grazie alle proprietà emollienti, rigeneranti e antiossidanti della pianta.

Quello dell’azienda valentanese non è solo un lavoro agricolo, ma un vero e proprio progetto culturale che unisce tradizione, innovazione e rispetto del territorio. Sostenere Elisir di Lunga Vita significa scegliere prodotti di qualità, ma anche contribuire alla salvaguardia di una coltura rara e significativa, che racconta il legame profondo tra l’uomo, la terra e il tempo. Un piccolo fiore antico che, ancora oggi, fiorisce per il futuro.

Valentano. Cosa vedere nel Borgo autentico nel cuore della TusciaScopri i sapori di Valentano

Valentano non è solo storia e paesaggio, è anche un borgo dove la tradizione gastronomica si esprime con autenticità e sapori inconfondibili. Tra i prodotti tipici che raccontano l’identità del luogo spiccano alcune delizie che si tramandano da generazioni, frutto della sapienza contadina e di ingredienti locali di alta qualità.

Tra le specialità più curiose e golose c’è il raviolo dolce, un prodotto che conserva nel nome la forma e la tecnica della pasta fresca, ma si distingue per il ripieno a base di ricotta e spezie, avvolto in una sfoglia croccante e profumata. È un dolce della memoria, spesso preparato in occasione delle feste, che unisce il gusto antico della semplicità con l’eleganza di un dessert fatto a mano.

Valentano. Cosa vedere nel Borgo autentico nel cuore della TusciaUn’altra chicca è rappresentata dall’ostia ripiena di noci, una vera rarità del territorio. Due cialde sottilissime, simili a quelle usate per l’eucarestia, racchiudono un cuore tenero e avvolgente di noci tritate, miele e aromi naturali. Questo piccolo scrigno di dolcezza, al tempo stesso sacro e popolare, è espressione dell’ingegno delle donne valentanesi, capaci di trasformare ingredienti poveri in capolavori del gusto.

La tavola valentanese è inoltre arricchita da formaggi e salumi locali che raccontano la vocazione agricola e pastorale del territorio. Tra i più apprezzati, pecorini stagionati dal sapore deciso, caciotte fresche, e salumi artigianali come il prosciutto locale, il capocollo e la salsiccia secca, prodotti con carni selezionate e affinati secondo metodi tradizionali.

Assaporare i prodotti tipici di Valentano è un’esperienza che va oltre il semplice piacere della tavola: è un modo per avvicinarsi all’anima più autentica del borgo, dove ogni sapore racconta una storia di terra, di mani sapienti e di stagioni che si susseguono, lasciando nel piatto il profumo e la memoria di un luogo unico.

Perchè visitare Valentano, borgo della Tuscia laziale

Visitare Valentano significa abbandonare per un attimo il tempo frenetico e lasciarsi avvolgere da un ritmo più autentico, dove ogni gesto, ogni sapore, ogni pietra racconta la forza silenziosa di una comunità profondamente legata alle proprie radici. È un viaggio fatto di accoglienza sincera, di sorrisi che parlano il linguaggio dell’orgoglio locale, di mani che custodiscono con cura antiche tradizioni e le offrono con generosità a chi sa apprezzarle.

Un sentito ringraziamento va alla comunità di Valentano, custode di un patrimonio umano e culturale che si rinnova ogni giorno con discrezione e passione. Grazie alla DMO Expo Tuscia, che continua a valorizzare con professionalità e passione i tesori nascosti di questo territorio, trasformandoli in esperienze vive e condivise. Un particolare ringraziamento, infine, va al Sindaco di Valentano, Stefano Bigiotti, per il suo impegno costante nel promuovere con sensibilità e concretezza la bellezza del borgo e la vitalità della sua gente.

Valentano è più di una meta, è un incontro, una scoperta, una promessa di ritorno. Chi ci arriva da visitatore, riparte con un pezzo di questo luogo nel cuore. E il desiderio, sincero e spontaneo, di tornare.

C’è un angolo della Tuscia laziale, vicino Viterbo, dove il tempo sembra essersi fermato. Si è fermato per custodire con cura una storia straordinaria. San Martino al Cimino infatti, non è solo un borgo pittoresco, ma un piccolo scrigno ricco di tesori preziosi dove ogni pietra ha qualcosa da raccontare. Le sue vie silenziose, i palazzi austeri, l’imponente abbazia che svetta nel cuore del paese, tutto qui parla di un passato ricco, vissuto con intensità e passione. Passione che si sente nel profumo del legno umido, nel silenzio dei chiostri, nello sguardo orgoglioso di chi ci abita. Non serve essere esperti per lasciarsi coinvolgere: basta osservare, ascoltare, respirare.

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San Martino al Cimino è un luogo autentico, nato dal sogno di una donna determinata, Donna Olimpia Maidalchini Pamphili, e modellato dal genio dell’architetto Borromini. Un luogo pensato per accogliere, per ispirare, ma anche per permettere a chiunque di restare. In questo articolo ti porto alla scoperta di questo borgo speciale, raccontandoti della sua nascita, delle sue trasformazioni, delle persone che l’hanno reso unico. Un viaggio tra spiritualità, architettura e passione, in un luogo che ancora oggi custodisce il cuore di un principato.

San Martino al Cimino, cosa vedere vicino Viterbo

Donna Olimpia Maidalchini Pamphili

Per comprendere davvero San Martino al Cimino, bisogna guardare da vicino la figura carismatica di Donna Olimpia Maidalchini. Non era solo la cognata di Papa Innocenzo X, come spesso viene ricordata, ma una delle donne più potenti, discusse e rispettate del Seicento romano. In un tempo in cui alle donne era spesso negata la possibilità di influenzare la politica o la cultura, lei riuscì a farsi spazio con intelligenza, forza e determinazione.

Donna Olimpia fu molto più che una dama di corte. Fu una vera e propria statista, capace di prendere decisioni, guidare progetti, orientare il destino di territori, nonchè una mecenate attenta e sensibile, capace di vedere il potere della bellezza, dell’arte, dell’architettura come strumenti di costruzione sociale. Fu anche una riformatrice sociale, attenta ai bisogni dei più deboli, consapevole che un buon governo si misura anche dalla capacità di prendersi cura di chi ha meno voce.

San Martino al Cimino, cosa vedere vicino ViterboL’origine del Principato

Nel 1645, quando Papa Innocenzo X conferì a Donna Olimpia Maidalchini il titolo di Principessa di San Martino, non si trattò di una semplice onorificenza da aggiungere alla sua firma. Fu, piuttosto, l’inizio di un ambizioso progetto politico, sociale e culturale: trasformare un piccolo borgo monastico incastonato tra i boschi dei Monti Cimini in un principato modello, capace di incarnare una visione nuova e illuminata del potere.

San Martino al Cimino divenne così il cuore pulsante di un sogno più grande. Una comunità armonica, ordinata, bella e funzionale, in cui nulla fosse lasciato al caso. Donna Olimpia, donna di straordinaria intelligenza e personalità, non governava solo con autorità, ma con lungimiranza e gusto. Affiancata dai migliori architetti e artisti dell’epoca, tra cui spicca il nome del geniale Francesco Borromini, ridisegnò completamente l’assetto urbano e architettonico del borgo, trasformandolo in un elegante centro culturale e religioso, capace di riflettere i valori e l’estetica barocca più raffinata.

Ogni edificio, ogni piazza, ogni linea tracciata tra le vie del paese rispondeva a una visione precisa, creare un equilibrio tra bellezza e funzionalità, tra autorità e accoglienza. San Martino non doveva solo impressionare chi vi giungeva, doveva anche accogliere, proteggere e ispirare. Il borgo fu organizzato con una precisione maniacale. Il maestoso complesso abbaziale, la scenografica piazza principale, le residenze nobiliari e le case dei cittadini si inserivano in un disegno urbano coerente, armonioso, pensato per favorire la coesione sociale e l’ordine civile.

L’umanesimo barocco di Donna Olimpia

Ma la trasformazione voluta da Donna Olimpia non si fermò all’architettura. Con opere di beneficenza, investimenti nell’educazione, l’istituzione di opere pie e la promozione dell’arte sacra e profana, rese San Martino un laboratorio vivente di umanesimo barocco. Ogni gesto di governo era intriso della volontà di creare una società più equa, dove la magnificenza del potere non fosse mai disgiunta dalla responsabilità verso i più deboli.

Ancora oggi, passeggiando tra le vie di San Martino al Cimino, si respira l’impronta di quella visione. Si avverte, in ogni dettaglio architettonico, in ogni scorcio, la presenza di una mente capace di coniugare potere e sensibilità, rigore e grazia. Donna Olimpia non fu solo una principessa, ma una donna che, in un’epoca dominata dagli uomini, seppe lasciare un segno indelebile nella storia e nel paesaggio culturale della Tuscia.

Il genio di Francesco Borromini

Quando Donna Olimpia Maidalchini decise di trasformare San Martino al Cimino in un centro d’eccellenza, scelse di affidarsi a un architetto fuori dal comune: Francesco Castelli, destinato a diventare Borromini. Una scelta che non fu casuale, ma frutto di una visione condivisa e di un rapporto complesso, fatto di stima e ambizione.

Francesco Castelli nacque a Bissone, sul lago di Lugano, e da giovane cambiò nome per affermare la sua nuova identità artistica. Il cognome “Borromini” deriva dal suo legame con la potente famiglia Borromeo, alla quale voleva onorare e con cui aspirava a distinguersi nel panorama artistico romano. Uomo tormentato, geniale e appassionato, Borromini era anche un visionario capace di leggere lo spazio urbano come un poema architettonico, capace di suscitare emozioni e riflessioni profonde.

Il rapporto tra Borromini e Donna Olimpia fu più di una semplice collaborazione professionale. Si dice che i due condividessero lunghe discussioni sui progetti, in cui la principessa non esitava a sfidare l’architetto, mettendolo alla prova con le sue idee innovative e il suo desiderio di creare qualcosa che andasse oltre la semplice funzionalità. Donna Olimpia vedeva in Borromini un compagno di viaggio, un alleato capace di tradurre in pietra la sua ambizione politica e sociale.

L’origine del progetto

È raccontato che, in una fredda serata d’inverno, Borromini si ritrovò a lavorare fino a notte fonda su un foglio di pergamena, ripensando e ridisegnando la struttura del borgo. In quel disegno, tracciato con una precisione quasi maniacale, nacque la nuova mappa di San Martino al Cimino. Una città fatta di geometrie ordinate, di strade pensate per posare sempre lo sguardo verso l’Abbazia, il cuore pulsante del borgo, simbolo di fede e potere.

Ancora oggi, quel foglio di pergamena originale, ingrandito e conservato nella sala capitolare dell’Abbazia, racconta la nascita di un progetto straordinario. Osservandolo si può quasi sentire il respiro di Borromini, l’intensità dei suoi pensieri e la forza della sua intesa unica con Donna Olimpia. Borromini non costruì solo edifici, ma strutturò un’identità ben delineata per San Martino al Cimino, creando un luogo dove l’arte e l’architettura diventano linguaggio, sentimento, respiro.

San Martino al Cimino, cosa vedere. L’Abbazia cistercense 

L’Abbazia di San Martino al Cimino è molto più di un semplice edificio. è un luogo dove la storia si fonde con la preghiera, e la pietra diventa custode di secoli di devozione e spiritualità profonda. Fondata nel XIII secolo dai monaci cistercensi, l’Abbazia è da sempre uno dei centri religiosi e culturali più rilevanti della regione, un faro di fede che ha illuminato generazioni di fedeli e studiosi.

Nel corso del Seicento, sotto l’impulso deciso di Donna Olimpia Maidalchini e grazie alla sapiente opera dell’architetto Francesco Borromini, l’Abbazia fu rifondata e profondamente trasformata. Il risultato è l’elegante sobrietà che ancora oggi incanta chiunque varchi la sua soglia. L’architettura si caratterizza per un equilibrio raffinato, una semplicità studiata che rende ogni dettaglio armonioso e funzionale. La luce naturale penetra dolcemente attraverso le ampie navate, creando un’atmosfera di raccoglimento e meditazione che avvolge il visitatore in un abbraccio di pace e spiritualità.

San Martino al Cimino, cosa vedere vicino ViterboLe antiche mura dell’Abbazia sono testimoni silenziosi di preghiere incessanti, di studi rigorosi, di arte raffinata e di cultura. Varcare la soglia dell’Abbazia di San Martino al Cimino significa immergersi in un silenzio denso di storia e di significati. È una voce che parla al cuore, invitando ogni visitatore a riflettere sulla forza duratura della spiritualità e sulla bellezza intatta della semplicità, quella semplicità che, proprio nella sua purezza, svela la profondità più autentica dell’anima umana.

San Martino al Cimino, cosa vedere. L’ospedale dei pellegrini

In un’epoca in cui viaggiare significava affrontare insidie e difficoltà imprevedibili, Donna Olimpia Maidalchini volle imprimere un segno tangibile di umanità, dedicando un’opera fondamentale ai pellegrini che attraversavano queste terre: l’ospedale per i viandanti.</strong> Questa struttura non era semplicemente un luogo di cura medica, bensì un autentico rifugio di speranza e conforto, un porto sicuro dove corpo e spirito potevano trovare ristoro dopo fatiche e pericoli.

In quei tempi, i pellegrini non erano solo viaggiatori, ma erano portatori di fede, di desideri profondi e di speranze che trascendevano il semplice cammino fisico. L’ospedale nacque quindi come espressione concreta di un ideale cristiano di solidarietà e accoglienza. Qui chi era stanco, ferito o ammalato riceveva non solo assistenza sanitaria, ma anche un abbraccio umano, un segno di vicinanza che andava oltre la semplice pratica medica.

Questa istituzione rappresentava una protezione per chi affrontava il viaggio con il cuore e l’anima, in un’epoca in cui le condizioni di sicurezza e igiene erano ben lontane dagli standard moderni. L’ospedale era un luogo dove la comunità si faceva carico dei più fragili, anticipando con lungimiranza i principi del welfare moderno, oggi alla base di ogni società civile.

Visitare ancora oggi l’antico ospedale significa percepire quella vocazione originaria, quel valore universale di accoglienza e cura che ha attraversato i secoli e che continua a ispirare. È un invito a riflettere sul significato profondo dell’umanità, della compassione e della responsabilità collettiva verso chi si trova in difficoltà, un patrimonio morale che San Martino al Cimino custodisce gelosamente.

San Martino al Cimino, cosa vedere vicino ViterboIl principato: Dall’apice all’assorbimento

Il principato di San Martino al Cimino, fondato nel Seicento grazie alla lungimiranza di Donna Olimpia Maidalchini, mantenne intatta la sua identità amministrativa e culturale per oltre due secoli, sopravvivendo a epoche di profondi mutamenti politici e sociali. Fino all’inizio del XX secolo, il principato conservò un proprio sistema di governo locale, una comunità coesa e un patrimonio di tradizioni che ne definivano l’unicità nel contesto della regione.

Tuttavia, con l’avanzare della modernità e i processi di unificazione e centralizzazione amministrativa che caratterizzarono l’Italia post-unitaria, le prerogative nobiliari cominciarono gradualmente a perdere il loro peso e rilevanza. Nel 1902 si avviò un lento ma inesorabile processo di dissoluzione delle autonomie signorili, che culminò nel 1928 con l’annessione ufficiale del borgo di San Martino al Cimino al Comune di Viterbo.

Questo passaggio, lungi dall’essere un semplice atto burocratico, segnò una trasformazione profonda, sia dal punto di vista amministrativo sia culturale. La storia del principato non fu dimenticata né cancellata ma, al contrario, il trasferimento della gestione pubblica contribuì a rafforzare la consapevolezza del valore storico e identitario del borgo. Oggi, gli abitanti di San Martino al Cimino custodiscono con orgoglio questa eredità, trasformando ogni strada, ogni piazza, ogni edificio in un racconto vivo da tramandare alle future generazioni.

L’anima del principato, fatta di lotte, fede e solidarietà, continua a pulsare attraverso la memoria collettiva della comunità, che si impegna quotidianamente a mantenere viva la storia di un luogo unico, testimone prezioso di un passato che ancora oggi parla al presente.

San Martino al Cimino, cosa vedere vicino Viterbo

Camminare per le vie di San Martino al Cimino significa immergersi in un’esperienza che va ben oltre il semplice turismo. E’ come entrare nelle pagine di un romanzo scritto da chi ha vissuto e plasmato questo luogo per secoli. Ogni pietra lungo il percorso racconta storie di uomini e donne, di speranze, di fatica e di fede. San Martino al Cimino non è un museo fermo nel tempo, ma un borgo vivo, dove la storia si intreccia con la quotidianità. Ogni angolo, ogni salita lastricata, ogni portale scolpito invita a rallentare, a fermarsi e ad ascoltare. Qui la bellezza non è mai ostentata o artificiale, ma nasce dalla genuinità dei luoghi e dalla cura con cui la comunità preserva la sua eredità culturale. È una bellezza che si sente, si respira, si vive profondamente, coinvolgendo tutti i sensi.

La comunità di San Martino accoglie con un calore autentico, fatto di gesti semplici e radicati in una lunga tradizione di ospitalità. Le iniziative culturali che animano il borgo, dalle feste patronali, alle passeggiate storiche che guidano alla scoperta di angoli nascosti e racconti dimenticati, sono occasioni preziose per immergersi in una realtà che resiste al tempo e si racconta con fierezza e passione. Visitare San Martino al Cimino significa anche partecipare, sentirsi parte di una storia che continua a vivere, animata da chi, con orgoglio, custodisce e rinnova ogni giorno la sua identità.

Come raggiungere San Martino al Cimino

San Martino al Cimino è facilmente raggiungibile con diversi mezzi, rendendo il borgo una meta ideale per una gita fuori porta o un soggiorno culturale nel cuore della Tuscia.

Per chi arriva in auto, il percorso è semplice e ben segnalato: da Roma si percorre l’autostrada A1 (uscita Orte), proseguendo poi sulla superstrada in direzione Viterbo. Una volta giunti in città, bastano pochi minuti lungo la Strada Provinciale Sammartinese per raggiungere il borgo, immerso nel verde dei monti Cimini. Parcheggi pubblici sono disponibili nei pressi del centro, con aree di sosta anche gratuite.

Chi preferisce viaggiare in treno può contare sulla linea ferroviaria Roma-Viterbo, con collegamenti frequenti in partenza dalla stazione di Roma Ostiense o Valle Aurelia. Arrivati alla stazione di Viterbo, si può proseguire verso San Martino con autobus locali (linea Francigena), con corse regolari e fermate proprio all’ingresso del borgo.

Per chi sceglie i mezzi pubblici interamente, è possibile combinare treno e autobus, oppure usufruire dei servizi Cotral che collegano Roma a Viterbo e, da lì, proseguire con le linee urbane.

Qualunque sia il mezzo scelto, giungere a San Martino al Cimino è parte integrante dell’esperienza: la strada che attraversa i boschi secolari e costeggia la Riserva Naturale del Lago di Vico offre un assaggio della bellezza paesaggistica che attende il visitatore.

 

Parma è un paradiso per gli amanti del cibo, con una ricca tradizione culinaria che include alcuni dei piatti più famosi d’Italia. Dal classico formaggio Parmigiano-Reggiano ai saporiti salumi, la città è ricca di deliziose specialità locali. Se sei in vena di assaggiare i piatti tradizionali italiani tra i migliori ristoranti a Parma trovi Il Gallo d’Oro, un osteria tipica dove degustare i piatti della tradizione gastronomica parmense.

Ristoranti a Parma

Il Gallo d’Oro

Il Ristorante Il Gallo d’Oro accoglie i visitatori con il calore autentico delle trattorie di una volta, ma con un tocco di eleganza discreta che lo rende unico. A colpire subito è la deliziosa veranda, perfetta per pranzi all’aperto nelle giornate luminose, e il suono avvolgente del pianoforte, che accompagna la cena con una colonna sonora dal vivo, rendendo ogni pasto un’esperienza sensoriale completa.

Situato nel cuore di Parma, a pochi passi da Piazza Garibaldi, il locale si mimetizza tra i vicoli del centro con la naturalezza di chi è parte integrante del tessuto urbano. Gli interni ricordano una tavernetta emiliana, curata nei dettagli ma senza ostentazioni: colorate sculture di galli popolano mensole, pareti e angoli nascosti, regalando al locale un tono giocoso e familiare, quasi domestico.

Un ristorante tipicamente emiliano

Ogni spazio è studiato con attenzione.  I tavoli ben distanziati, le luci calde, le pareti adornate da fotografie d’epoca e oggetti della tradizione contadina raccontano la storia di una terra dove l’ospitalità è un valore profondo. L’ambiente, sebbene informale, è gestito con una professionalità discreta. Il personale accoglie con sorriso e competenza, pronto a consigliare i piatti del giorno o a suggerire l’abbinamento ideale con uno dei tanti vini locali presenti in carta.

Il Gallo d’Oro è più di un ristorante, è un luogo in cui la cucina emiliana prende vita, in un dialogo costante tra passato e presente, gusto e memoria. Un angolo di Parma dove sentirsi a casa, anche solo per una sera.

Nel cuore del locale, ben in vista, spicca una splendida affettatrice Berkel di un rosso fiammante, sempre in azione nel tagliare con maestria salumi di ogni tipo, simbolo tangibile della tradizione gastronomica parmense. Il menù, fedele alle radici culinarie della città, propone una selezione variegata di prodotti tipici e genuini, espressione autentica del territorio. Se la fortuna ti assiste, potrai accomodarti nella piacevole veranda, luogo ideale per godere di un momento di relax. Qui, la vera esperienza inizia con un aperitivo: un assortimento di salumi freschi accompagnati da due calici di Lambrusco, il vino autoctono dell’Emilia-Romagna, che con le sue bollicine e il gusto vivace esalta i sapori intensi della tradizione locale, regalando un assaggio autentico della cultura enogastronomica della regione.

Prova il tagliere di salumi e pane fritto 

I salumi si sciolgono letteralmente in bocca, rivelando tutta la loro qualità e lavorazione artigianale. Sul tagliere, disposto con cura e armonia, si susseguono fette generose di coppa, il dolce e aromatico crudo di Parma, il prezioso culatello e il tradizionale salame di Felino, veri protagonisti della tavola emiliana. Ad accompagnare queste delizie, una cesta colma di fragrante torta fritta, una specialità parmense che non può mancare: piccoli rettangoli di pasta di pane arricchiti dallo strutto, stesi in sfoglie sottilissime e poi fritti in abbondante olio bollente, fino a diventare croccanti e dorati, perfetti per accompagnare i salumi con il loro contrasto di consistenze.

Non lasciarti sfuggire l’occasione di assaporare anche un tagliere di lardo, delicato e avvolgente, da spalmare sul pane fritto ancora caldo, per un’esperienza di gusto che conquista al primo morso. Per chi cerca un assaggio più soffice e cremoso, la mousse di parmigiano reggiano è un vero must: utilizzata come aperitivo, viene servita spalmata su crostini fragranti, esaltando il carattere deciso e il profumo intenso di uno dei formaggi più celebri al mondo. Ogni boccone racconta la storia di un territorio ricco di sapori autentici, in cui la tradizione culinaria si fonde con la passione per il buon cibo.

Ristoranti a Parma, Osteria il Gallo d'oro

Assaggia le paste ripiene del Ristorante Il Gallo d’Oro

Tra i primi piatti della tradizione parmigiana, le paste ripiene occupano un ruolo di assoluto prestigio. Tra queste, anolini e tortelli d’erbetta sono veri e propri simboli della cucina locale. La sfoglia, tirata ancora rigorosamente a mano, mantiene quella texture ruvida e porosa che permette al condimento di aderire perfettamente, esaltando ogni sapore con un equilibrio ineguagliabile.

Non si può lasciare il ristorante senza assaggiare un tris di tortelli, proposti con ripieni classici e raffinati: patate, ricotta e spinaci, zucca. Semplicemente saltati in padella con burro fuso e generosamente spolverati con parmigiano reggiano, questi tortelli rappresentano una gioia per il palato, capaci di coniugare delicatezza e intensità in ogni forchettata. Per accompagnare questi sapori autentici, il vino rosso della casa si rivela la scelta ideale, perfettamente bilanciato per esaltare e armonizzare ogni portata.

Non andare via senza aver provato il risotto alla Parmigiana, arricchito dalla pregiata presenza del Culatello di Zibello. Sapientemente mantecato e presentato con cura nel piatto, questo risotto è l’essenza stessa della cucina emiliana: semplice, elegante e ricca di carattere. Il Culatello di Zibello, autentico re dei salumi DOP, è prodotto esclusivamente nella provincia di Parma, nel periodo che va da settembre a febbraio, utilizzando maiali allevati nella regione. Un’eccellenza gastronomica che rende omaggio al territorio e alle sue tradizioni, regalando un’esperienza di gusto davvero indimenticabile.

Ristoranti a Parma, Osteria il Gallo d'oro

 

Perchè fermarsi al ristorante gallo D’Oro a Parma

Nel cuore dell’Emilia, la città di Parma vanta non solo un patrimonio artistico e culturale straordinario, ma anche un’identità locale ricca di sfumature. Tra queste, una curiosità linguistica che spesso sorprende chi arriva: gli abitanti della città sono chiamati parmigiani, mentre chi vive nella provincia è definito parmense. Questa distinzione, più sottile di quanto si pensi, riflette non solo una differenza geografica, ma anche un legame profondo con la tradizione e il senso di appartenenza.

Mangiare al Gallo d’Oro significa immergersi proprio in questa realtà fatta di genuinità e radici, dove ogni piatto racconta una storia e ogni sapore richiama la terra che lo ha generato. Non è solo un ristorante, ma un’esperienza autentica, dove la passione per la cucina parmigiana si sposa con l’accoglienza calorosa e un ambiente che unisce il fascino rustico a una cura attenta dei dettagli.

Scegliere il Gallo d’Oro significa lasciarsi guidare in un viaggio culinario che celebra la tradizione, con salumi che si sciolgono al palato, paste fatte a mano e vini che esaltano ogni boccone. È un invito a scoprire Parma con tutti i sensi, a condividere momenti di piacere semplice e autentico, proprio come una vera tavola di famiglia.

Non si tratta solo di mangiare, ma di vivere un’esperienza che resta nel cuore e nella memoria, un piccolo grande tesoro da custodire e raccontare. Perché Parma, qui, si assapora davvero.

Celleno è un piccolo borgo arroccato su una collina della Tuscia, vicinissimo a San’Angelo di Roccalvecce, il famoso paese delle fiabe. Si trova nella provincia di Viterbo e custodisce nelle sue grotte di tufo preziosi segreti e misteriose leggende. Qualcuno dice che tra le sue mura si aggirino persino fantasmi, spiriti benigni che proteggono le rovine di quella che un tempo era una florida realtà contadina. Ma cosa rende questo posto così speciale?? Scopriamolo insieme…

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Celleno. Borgo fantasma della Tuscia

Il vecchio borgo di Celleno è arroccato su uno sperone di tufo e quindi, come la vicinissima Civita di Bagnoregio, soggetto a continue erosioni dovute agli agenti atmosferici e agli smottamenti del terreno. Un tempo era vivace un paese dove gli abitanti si dedicavano alle svariate attività legate all’agricoltura e all’allevamento. Nel corso dei secoli la laboriosità della popolazione è stata messa a dura prova da epidemie e da numerose frane che hanno stravolto la conformazione del territorio. Per questi motivi gli abitanti hanno cominciato ad abbandonare le loro case situate tra le mura del castello e si sono spostati nella zona pianeggiante, lasciando il paese al completo abbandono. Inoltre nei primi decenni del 1900 un terribile terremoto ha distrutto quello che rimaneva dell’elegante centro storico di Celleno, oggi conosciuto come Borgo fantasma.

Celleno. Cosa vedere nel paese fantasma in provincia di Viterbo.
Il borgo di Celleno è arroccato su una collina di tufo. Si accede alla piazza principale da Via del Ponte, il percorso più pittoresco.

Scopri l’itinerario storico

Solo negli ultimi anni un progetto di recupero del territorio ha dato nuova vita a questo borgo sfortunato, salvaguardando i pochi edifici sopravvissuti alle varie catastrofi e rivalutandone la storia e le tradizioni. L’antico centro abitato che si sviluppava intorno al castello medievale ora è diventato un museo a cielo aperto dove sono custoditi numerosi oggetti legati alla vita contadina del passato e dove, quando possibile, si svolgono fiere, eventi e mostre. Segui le stradine del borgo per scoprirne la storia. I monumenti rimasti parzialmente in piedi e le sue antiche mure hanno molto da raccontare.

Cosa vedere a Celleno con i bambini
Il paese fantasma di Celleno è ricco di scorci caratteristici da fotografare e ammirare con calma.

Lasciati avvolgere dal fascino misterioso di Castello Orsini

Al borgo fantasma di Celleno si accede da una piccola e pittoresca salita. Una volta arrivato nella piazza centrale non puoi non rimanere affascinato dall’antico castello che svetta altezzoso su tutta la vallata sottostante. E’ circondato dai resti di piccole abitazioni in pietra e la sua storia è alquanto complicata. E’ stato teatro e spettatore di numerose vicende storiche, dividendosi prima tra Guelfi e Ghibellini per poi divenire di proprietà della famiglia Gatti nel 1400. Dopodichè diventa feudo della famiglia Orsini, della quale tuttora porta il nome. Nel 1973 invece il famoso artista Enrico Castellani si innamora di questo edificio, lo acquista e lo restaura, facendolo diventare la sua dimora. Rimane tra le sue mura fino alla morte, avvenuta pochi anni fa, nel 2017. 

Passeggia in Piazza del Comune

Il Castello Orsini troneggia in Piazza del Comune, dove si affacciano anche i resti di altri palazzi storici di grande interesse storico, come la vecchia Chiesa di San Carlo. Questa piazza era in passato il cuore pulsante di Celleno e qui si svolgeva la vita cittadina, con tutte le sue sfumature. Puoi accedere al centro storico da diversi punti di entrata ma l’ingresso più suggestivo rimane quello di Via del Ponte. Da qui raggiungi la piazza del Comune passando da Porta Vecchia. 

Vai alla scoperta della realtà contadina di Celleno

Dalla piazza principale si diramano alcune viuzze dove camminare alla scoperta delle vecchie botteghe artigiane. Le grotte di tufo, un tempo adibite ad abitazioni o botteghe, raccolgono arnesi ed utensili dei vecchi mestieranti del borgo. Passeggia lungo tutto il perimetro delle mura e visita i piccoli e spartani antri dove un tempo gli abitanti di Celleno solevano abitare, lavorare, fare il vino o il pane.

L’antico forno, le vecchie stalle, le cantine, il negozio del ciabattino sono solo alcune delle stanze museo dove perderti nelle tradizioni del borgo fantasma. Attraverso gli oggetti del passato e grazie ai pannelli che ne raccontano la storia, puoi immergerti nella memoria del paese a 360°.

Visita la mostra delle macchine parlanti

Nell’antica Chiesa di San Carlo trovi uno straordinario percorso espositivo di oggetti parlanti appartenenti al passato. Grammofoni meravigliosi e ancora perfettamente funzionanti, radio, fonografi e vecchi telefoni ti catapultano in epoche antiche, facendoti conoscere la storia delle prime tecnologie audiovisive. A supportarti nella visita trovi il collezionista Mario Valentini, proprietario degli esemplari d’epoca che puoi vedere nella vecchia chiesa.

La sua passione per il vintage traspare da ogni parola e mentre ti accompagna nel percorso ti emoziona con le sue spiegazioni e accarezza con mano gentile ogni oggetto che ti presenta, come se fosse in vita, come se avesse un’anima da preservare. La mostra è aperta al pubblico nei week end e l’ingresso è libero. Dinanzi la chiesa stazionano inoltre alcune moto Bianchi appartenenti agli anni cinquanta e sessanta, un ulteriore salto nel passato che puoi fare nel borgo di Celleno. 

Celleno, cosa vedere con i bambini nel paese fantasma.
Il piccolo ma ben fornito museo delle macchine parlanti è una delle tappe da fare assolutamente nel paese fantasma di Celleno.

Entra nel piccolo Museo della ceramica

All’interno del Museo della Ceramica sono stati recentemente ricollocati, a seguito di un attento restauro, alcuni straordinari esempi di maiolica arcaica databili tra il XIII e il XIV secolo. Questi reperti provengono dal cosiddetto Leggendario Butto, un deposito di rifiuti domestici riconducibile a una residenza medievale di dimensioni eccezionalmente ampie. Si trattava di un vero e proprio “immondezzaio” dell’epoca, dove venivano gettati avanzi di pasto, contenitori ceramici rotti o non più utilizzabili, offrendo così agli studiosi preziose testimonianze sulla vita quotidiana del tempo. L’Università della Tuscia ha condotto un’importante attività di studio su un lotto di circa 8.000 frammenti ceramici provenienti da questo sito, fortunatamente salvati da un tentativo di trafugamento avvenuto nel 1975.

Celleno, cosa vedere nel borgo fantasma in provincia di Viterbo

Sempre all’interno del percorso espositivo, che rappresenta un ulteriore affascinante scorcio sulla vita quotidiana del passato, trovi un reperto di grande rilevanza archeologica, un raro glirarium, un contenitore utilizzato per l’allevamento e l’ingrasso dei ghiri, considerati una prelibatezza nella dieta etrusca, oltre a numerosi utensili domestici risalenti al IV secolo a.C. Questi oggetti ci offrono uno spaccato vivido e concreto delle abitudini e dell’organizzazione familiare in epoca etrusca, restituendoci la dimensione più umana e quotidiana di una civiltà tanto affascinante quanto sofisticata.

Celleno. Borgo fantasma della Tuscia, cosa vedere, dove mangiare

Affacciati dal belvedere

Percorri poi l’antica Via Maggiore, un sentiero delimitato da una staccionata in legno da entrambi i lati, e prosegui fino al balcone che da sulla vallata sottostante. Da qui hai una vista strepitosa sulla Valle dei Calanchi, una zona argillosa formatasi con l’erosione dei rilievi circostanti dovuta alle piogge e al vento. Il percorso è arricchito da numerosi oggetti d’antiquariato, seguendo la scia delle grotte del borgo fantasma. Guarda bene ai lati della staccionata e divertiti a cercare con i bambini i più strani arnesi da lavoro del passato. 

Celleno, cosa vedere nel paese fantasma in provincia di Viterbo
Il sentiero che porta al belvedere e gira intorno al paese fantasma di Celleno è impreziosito da diversi oggetti vintage legati al mondo contadino. Divertiti a cercare gli attrezzi da lavoro con i bambini!

Partecipa alla festa delle ciliegie

Tra le suggestive vie dell’antico borgo di Celleno, torna anche quest’anno uno degli appuntamenti più attesi della stagione: la Festa delle Ciliegie. Dal 6 all’8 giugno 2025, il paese si veste a festa per accogliere visitatori, curiosi e appassionati in un fine settimana ricco di colori, tradizioni e sapori autentici.

L’evento celebra uno dei frutti simbolo del territorio, la ciliegia, con un ricco programma di iniziative che coinvolge l’intero centro storico. Non mancheranno, naturalmente, le specialità gastronomiche a base di ciliegie: tra tutte, le celebri Frittelle di Ciliegia, preparate secondo ricette tradizionali e amatissime da grandi e piccoli, e la straordinaria Crostatona, una crostata lunga circa 20 metri, simbolo dell’ingegno e della convivialità della comunità cellenese. Gli stand gastronomici offriranno inoltre l’opportunità di degustare piatti tipici e prodotti locali, in un percorso di sapori che rende omaggio alla ricchezza culinaria della Tuscia.

Tra gli eventi più attesi, si distingue il divertente e ormai leggendario Campionato dello Sputo del Nocciolo, una singolare competizione, che si svolge nel caratteristico “Sputodromo” di Celleno”, situato dinenzi la piazza del Comune, appositamente graduata in metri per una misurazione ufficiale e precisa. Il regolamento è rigoroso e ben collaudato: ogni partecipante ha diritto a due tentativi per lanciare, con la sola forza del fiato, il nocciolo della ciliegia il più lontano possibile. Le categorie in gara includono uomini, donne e bambini, in una sfida appassionante e ironica che coinvolge tutta la comunità. Il record da battere? Ben 22 metri, un’impresa che ancora oggi resiste al tempo e ai lanci più agguerriti!

Visita la Chiesa di San Rocco

Ubicata all’ingresso del Rione Borgo, in posizione extra moenia rispetto al nucleo fortificato del paese, la Chiesa di San Rocco rappresenta un importante punto di riferimento religioso e storico per la comunità cellenese. Intitolata al santo taumaturgo morto nel 1327, la chiesa è dedicata a San Rocco, figura centrale nella devozione popolare del Centro Italia e, in particolare, dell’Alto Lazio, venerato come potente protettore contro le epidemie e le pestilenze.

Elemento architettonico di straordinaria eleganza è il portale principale della chiesa, in pietra scolpita, che si distingue per l’equilibrio compositivo e la raffinatezza degli intagli. Secondo alcuni studiosi e critici d’arte, tale portale sarebbe stato realizzato assemblando pregevoli elementi sepolcrali provenienti dall’antica città di Ferento, la cui distruzione vide anche la partecipazione degli abitanti di Celleno. A suggello della sua importanza, al centro della parte superiore del portale è collocato un imponente stemma in pietra della nobile famiglia Orsini, signori del luogo e protagonisti della storia politica e culturale del territorio.

All’interno della chiesa, nella zona presbiteriale, si conserva uno dei tesori artistici più significativi di Celleno: un singolare e suggestivo Crocifisso ligneo, custodito all’interno dell’urna dell’altare maggiore. L’opera, databile tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, si distingue per l’intensità espressiva e la finezza esecutiva, tanto da essere accostata da alcuni esperti a un altro Crocifisso ligneo, di scuola donatelliana, conservato nell’antica Cattedrale di San Donato, a Civita di Bagnoregio.

Il monumento, arricchito da eleganti decorazioni, dorature e figure scolpite, rappresenta un eccezionale esempio di arte barocca sacra. La sua rilevanza storica, artistica e devozionale ha portato al suo riconoscimento come Monumento Nazionale, oggi tutelato dal Ministero delle Belle Arti, a testimonianza dell’impegno nella conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale di Celleno.

Celleno. Borgo fantasma della Tuscia, cosa vedere, dove mangiareDove mangiare a Celleno, borgo fantasma della Tuscia

C’è solo un luogo in Italia, e probabilmente al mondo, dove è possibile vivere un’esperienza gastronomica tanto originale quanto deliziosa: gustare un intero menù, dagli antipasti ai dessert, preparato esclusivamente con leciliegie locali, il frutto simbolo di Celleno. 

I ristoratori locali, nel periodo che abbraccia la famosa Festa delle ciliegie, propongono piatti inediti e ricercati, esaltando la versatilità della ciliegia come ingrediente protagonista, capace di sorprendere anche i palati più esigenti. Tra i luoghi imperdibili dove vivere questa esperienza c’è il Bar Ristorante San Rocco, incantevolmente affacciato sulla campagna della Tuscia, da cui si gode una vista suggestiva che accompagna con eleganza ogni portata.

Il menù ideato per la Festa delle Ciliegie propone un percorso gastronomico completo, in cui la creatività degli chef si unisce alla genuinità del prodotto locale. Tra le proposte più apprezzate spicca il risotto alle ciliegie di Celleno, un piatto sorprendente che coniuga la dolcezza del frutto con la sapidità del brodo e la cremosità del riso, in un perfetto equilibrio di contrasti. Non mancano poi antipasti sfiziosi, carni aromatizzate con riduzioni di ciliegia, contorni in agrodolce e, naturalmente, dessert.

Celleno. Borgo fantasma della Tuscia, cosa vedere, dove mangiareOgni piatto racconta una storia di territorio, passione e tradizione, in un’armonia di sapori che rende omaggio alla ciliegia non solo come simbolo agricolo, ma anche come ingrediente gourmet. Gustare questi piatti significa immergersi pienamente nell’atmosfera festosa di Celleno, tra convivialità, paesaggi incantevoli e profumi di cucina che si perdono tra i vicoli del borgo antico.

Prima di andar via… adotta un piccolo fantasma!

Ai piedi della rocca di Celleno trovi un delizioso bazar dove comprare piccoli souvenir e adottare un fantasma! Si, proprio così… Di notte il figlio della proprietaria gira nel borgo di Celleno, tra rovine e ruderi, per catturare fantasmi. Li mette poi in boccette di vetro e li da in adozione affinchè ogni bambino ( ma vale anche per gli adulti!) possa avere il suo fantasma porta fortuna sempre con se. Quando vuoi svegliarlo basta agitare la boccetta e in un batter d’occhio vedrai il tuo fantasma illuminarsi! 

 

Fermati a visitare il convento di San Giovanni

Prima di lasciare Celleno fermati a visitare il Convento di San Giovanni Battista, un edificio posto proprio all’entrata della città nuova. Risale al 1600 ed è stato edificato da Paolo V allo scopo di dare alloggio ai religiosi che curavano le anime dei cellenesi. Si snoda attorno alla già esistente Pieve Romanica di San Giovanni e gira intorno al chiostro affrescato con dipinti di San Francesco, dove si trovano le vecchie celle dei frati. Oggi il convento è diventato un alloggio turistico e ospita numerosi eventi nell’arco dell’anno. Puoi vederne solo l’esterno ma vale la pena ammirarne le mura e il giardino che si trova al di la del cancello d’entrata.

Celleno, cosa vedere nel paese fantasma della Tuscia

Perchè fermarsi a Celleno

Ogni edificio, ogni viuzza, ogni oggetto che trovi a Celleno racconta qualcosa di questo luogo, dalle sue origini al suo abbandono. Il mistero ti avvolge dal primo passo e ti rapisce trasportandoti in un atmosfera sospesa nel tempo, quasi surreale. L’immaginazione va ben oltre, oltrepassa le grotte di tufo e ti porta in tempi lontani, tra gente umile e devota al lavoro. La visita al borgo fantasma è un esperienza unica, da fare anche con i bambini i quali, affascinati da questi oggetti così particolari, molto lontani da quelli ultra tecnologici che sono soliti usare, si lasciano guidare nel percorso facendo domande e chiedendo informazioni su ogni cosa che vedono. 

 

Ischia Ponte non è la parte più turistica dell’isola, ma sicuramente è quella più vera. Camminando tra i suoi vicoli puoi respirare la storia e l’autenticità del posto. Non ci sono i grandi alberghi o la folla da spiaggia che invadono altre zone dell’isola. Qui si trova l’anima di Ischia, fatta di tradizioni, di abitanti che ti guardano con occhi curiosi ma sinceri, e di angoli che raccontano storie antiche. Nel cuore di questo angolo di Ischia, si trova Auras, un ristorante che non si fa pubblicità con grandi luci, ma che ti accoglie in silenzio, con la promessa di un pranzo che ti lascia qualcosa dentro. Se cerchi un posto dove mangiare a Ischia Ponte, Restaurant è la scelta migliore. 

Dove mangiare a Ischia Ponte. Auras Restaurant

La vera magia di Auras si sprigiona appena ci si accomoda all’esterno, nella sua terrazza che sembra galleggiare tra cielo e mare. Con la luce dorata del sole che riflette sulle acque e le barche dei pescatori che dondolano lente, ogni tavolo diventa un punto panoramico privilegiato su una cartolina vivente. Il servizio è attento, discreto, ma profondamente caloroso. Ogni gesto del personale racconta l’ospitalità autentica dell’isola.

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Tradizione ischitana, spirito contemporaneo

La cucina di Auras Restaurant è una celebrazione dell’Isola Verde, ma con uno sguardo audace e creativo. Le ricette storiche si vestono di modernità, regalando sapori che sorprendono senza mai tradire le radici. Un antipasto che incarna questa filosofia? Gli involtini croccanti di scarola all’ischitana, ripieni di uva passa, pinoli e capperi, serviti su un hummus ai pomodorini secchi. Un omaggio raffinato alla cucina povera, resa nobile dalla tecnica e dall’equilibrio dei contrasti.

Dove mangiare a Ischia Ponte, Auras RestaurantTra i primi piatti, imperdibili sono gli Ziti spezzati a mano alla genovese di polpo, un matrimonio perfetto tra la pasta della tradizione napoletana e il profumo marino del Mediterraneo. Oppure i Ravioli fucsia, farciti con crema di peperoni arrosto e ricotta, serviti con burro e salvia e guarniti con ricotta stagionata. Un piatto visivamente straordinario, gustativamente indimenticabile.

E per chi ama le proposte più scenografiche, il Risotto al profumo di limoni d’Ischia con crostacei e polvere di caffè è poesia pura nel piatto. Agrumato, sapido, aromatico, con una leggera nota torrefatta che solletica il palato. Il mio preferito senza dubbio. 

Dove mangiare a Ischia Ponte, Auras RestaurantDove mangiare a Ischia Ponte. Auras Restaurant. Secondi intriganti, tra mare e terra

La Ricciola alla Wellington rappresenta uno dei punti più alti dell’estro culinario del ristorante. Parliamo di un trancio di pesce bianco avvolto in pasta sfoglia con funghi e senape, servito con la sua riduzione. È la dimostrazione di come la cucina di Auras riesca ad abbracciare l’internazionalità senza mai dimenticare il suo cuore insulare.

Per gli amanti della carne, il Rollé di coniglio ripieno dei suoi fegatini, provola e friarielli è una vera chicca ad alta intensità, perfettamente bilanciato e servito con una millefoglie di patate che ne esalta il carattere rustico. E se cerchi alternative vegetali senza rinunciare all’alta cucina, prova la Wellington vegana con cuore di carciofo all’ischitana, un capolavoro sensoriale, accompagnato da una riduzione di Porto e pere.

Cocktail d’autore con vista mare

La carta dei cocktail è un altro fiore all’occhiello. Ogni drink è studiato per accompagnare i piatti con armonia o per brillare da solo durante l’aperitivo al tramonto. Da provare il sorprendente “Peperoni Darling”, dove i peperoni freschi incontrano vodka, succo d’arancia e mirtilli rossi, oppure il raffinato “Gennaro in Paris”, con cognac, limoncello e triple sec. E per chi vuole esplorare, la selezione di distillati pregiati è degna di una boutique bar.

Dove mangiare a Ischia Ponte, Auras Restaurant è la scelta perfetta

Da Auras Restaurant non mi aspettavo solo un buon pranzo… e invece ho trovato un piccolo angolo di meraviglia. Sarà stata la vista sul mare che mi ha lasciato senza parole, il sole caldo della terrazza, o forse quei piatti che non si limitano a essere buoni, ma ti raccontano davvero un pezzo di Ischia, con una delicatezza e una creatività rare.

Ogni portata ha qualcosa da dire, ma senza mai esagerare. Sapori equilibrati, ingredienti freschissimi, accostamenti intelligenti ma mai forzati. Ho sentito il rispetto per la tradizione, ma anche il coraggio di reinventarla. Il servizio? Gentile, mai invadente, di quelli che ti fanno sentire accolto e coccolato.

È uno di quei posti in cui finisci di pranzare con un sorriso autentico, pensando: “Qui ci torno.” E lo sai che non lo dici tanto per dire.

INFORMAZIONI UTILI

Trovi Auras Restaurant a Ischia Ponte, sul Lungomare Aragonese. per informazioni e prenotazioni puoi chiamare il numero +39 347 680 9473 o consultare il menù sul sito web, aurasrestaurant.com. Il ristorante offre opzioni vegane e vegetariane. La prenotazione è altamente consigliata. 

 

 

Nel cuore verde dell’isola d’Ischia, precisamente a Barano d’Ischia, sorge un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, dove la tradizione e l’amore per la terra si fondono in un’esperienza culinaria unica: la Trattoria Il Focolare. Fondata nel 1991 da Riccardo e Loretta D’Ambra, questa osteria è molto più di un semplice ristorante. E’ il frutto maturo di una passione tramandata da generazioni, un sogno divenuto realtà grazie all’impegno di una famiglia unita e determinata.

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Trattoria Il Focolare a Ischia

Ischia è spesso associata al mare, alle spiagge e ai piatti di pesce. Tuttavia Il Focolare ha scelto una strada diversa, valorizzando l’anima agricola dell’isola. La famiglia D’Ambra ha deciso di raccontare Ischia come “un’isola di terra”, mettendo in risalto i prodotti locali, le erbe spontanee e le ricette contadine che rischiavano di essere dimenticate. Questa filosofia si riflette in ogni piatto servito, in ogni ingrediente selezionato con cura, in ogni storia raccontata ai commensali.

La forza de Il Focolare risiede nella sua gestione familiare. Riccardo e Loretta hanno coinvolto i loro otto figli nella gestione del ristorante, creando una vera e propria “ciurma” dove ognuno ha un ruolo ben definito. Agostino e Francesco si occupano della cucina, portando avanti le ricette tradizionali con un tocco di creatività. Silvia, l’agronoma di famiglia, guida gli ospiti nella scelta dei piatti e dei vini, mentre le sorelle Luciana, Mariateresa, Antonella e Cristiana si occupano della sala, accogliendo i clienti con calore e professionalità.

Trattoria Il Focolare a Ischia. I piatti della tradizione

Tra i piatti simbolo de Il Focolare spicca il coniglio all’ischitana, preparato secondo la tradizione con il coniglio da fossa, una razza autoctona allevata in modo naturale. Questo piatto rappresenta l’essenza della cucina ischitana: semplice, genuina e ricca di sapore. La carne viene cotta lentamente in un tegame di terracotta con aglio, pomodorini e erbe aromatiche, creando un sugo saporito che viene spesso utilizzato per condire la pasta.

Trattoria Il Focolare a IschiaIl menù de Il Focolare è un omaggio alla biodiversità dell’isola. Tra gli antipasti si possono gustare crostini con aglio selvatico, sformatino di patate e scamorza, parmigiana di melanzane e hamburger di ceci. I primi piatti includono paccheri all’aglio selvatico, ravioli di scarola con vino cotto, mezzanelli alle erbe selvatiche e zuppa di fagioli zampognari. Tra i secondi, oltre al coniglio all’ischitana, si trovano stinco di agnello alle erbe del Cretajo, tagliate di Angus e Razza Piemontese cotte su pietra ollare. I dolci, preparati con ingredienti locali, includono crème brûlée, soufflé al cioccolato con crema al geranio odoroso e pan di mele con lavanda e rosmarino.

Il coniglio all’ischitana, simbolo di un’identità

La ricetta del coniglio è un pilastro della cucina dell’entroterra ischitano, un patrimonio orale e pratico che si tramanda da secoli come un bene prezioso. A differenza di altre isole del Mediterraneo dove domina la cucina di mare, Ischia ha conservato con fierezza una forte identità contadina. E il coniglio all’ischitana ne è la più alta espressione. Il protagonista è il “coniglio da fossa”, una razza rustica allevata in modo naturale all’interno di fosse scavate nel terreno vulcanico, che offrivano un ambiente fresco, buio e sicuro. Questo tipo di allevamento, oggi quasi scomparso e preservato solo da pochi custodi della tradizione, garantisce una carne più asciutta, soda e intensa di sapore, perfetta per reggere le lunghe cotture e gli aromi decisi della preparazione.

La ricetta nasce nelle case contadine, dove il coniglio era uno dei pochi lussi accessibili per le famiglie del “monte”. Veniva cucinato la domenica o nelle ricorrenze più importanti, spesso dopo essere stato allevato con cura per mesi nel cortile di casa. La sua preparazione era un momento collettivo, quasi sacro. Il fuoco veniva acceso presto, la terracotta posta sulla brace, e la carne iniziava a rosolare con l’aglio dell’orto, l’olio buono e le erbe raccolte nei campi. Non mancavano i pomodorini “a pacchetelle”, tagliati a mano e conservati sotto vetro durante l’estate. Tutti sapevano che quella carne sarebbe diventata anche condimento per i mezzanelli o i bucatini del primo piatto, seguiti poi dal coniglio servito in tegame, avvolto nei profumi della macchia mediterranea. Ogni morso era un frammento di territorio, di storia, di famiglia.

Trattoria Il Focolare a IschiaTrattoria Il Focolare a Ischia. Lo sporzionamento del coniglio.

Nel rito del coniglio all’ischitana, anche la suddivisione della carne seguiva una gerarchia precisa e codificata, che rifletteva l’ordine familiare, i ruoli sociali e il senso profondo di rispetto che permeava la vita quotidiana. Niente era lasciato al caso. Quando il tegame fumante arrivava a tavola, il momento della distribuzione non era un atto meccanico, ma un vero e proprio cerimoniale.

Le cosce anteriori, più piccole e facilmente masticabili, erano riservate ai bambini. Una forma di attenzione e premura per chi ancora cresceva, ma partecipava al pasto come parte della comunità familiare. Le cosce posteriori, più grandi, carnose e saporite, spettavano invece al patriarca, al nonno o al capofamiglia, in segno di riconoscimento del suo ruolo guida e del suo passato di lavoro e sacrificio.

Le parti centrali del coniglio, spesso ricche di tessuto connettivo e dal sapore più intenso, come il dorso o la schiena, erano destinate agli uomini che avevano lavorato duramente nei campi. Chi tornava sudato e affamato dopo ore sotto il sole meritava la parte più sostanziosa e nutriente. Alle donne, infine, rimanevano le porzioni più scarne come il collo, le alette, i pezzetti meno nobili. Ma non per mancanza di rispetto, tutt’altro. Era un gesto di generosa rinuncia, un modo silenzioso e dignitoso per far sì che tutti gli altri avessero il meglio.

Era una divisione che parlava di amore, di ruoli interiorizzati e accettati, di sacrificio quotidiano fatto con naturalezza. Nessuno si lamentava. Quelle madri e nonne, che avevano cucinato il coniglio per ore, trovavano nella gioia degli altri il proprio nutrimento più autentico.

Oggi, anche se la società è cambiata, al ristorante Il Focolare a ischia si può ancora percepire quell’antico ordine del cuore nel modo in cui il piatto viene raccontato, nel rispetto con cui ogni ingrediente è trattato, nel ricordo vivido di quelle tavole antiche dove il cibo era sacro, perché univa e raccontava chi si era e per chi si cucinava. 

Il coniglio nelle tradizioni locali

Ma il coniglio all’ischitana aveva anche un valore simbolico, che travalicava il pranzo. In passato infatti c’era una vera e propria “liturgia” sentimentale legata a questo piatto. Quando un giovane voleva chiedere la mano di una ragazza, si presentava alla casa della famiglia di lei con un dono: un coniglio da fossa. Un animale allevato con cura, segno di rispetto e buona volontà. Se la famiglia lo accettava e lo cucinava, era un segnale chiaro: la proposta era stata presa in considerazione. Se invece il coniglio non veniva preparato e restituito, il messaggio era altrettanto chiaro.

Questo rituale, oggi scomparso, parlava un linguaggio silenzioso fatto di gesti e significati profondi. Come spesso accade nel mondo contadino, il cibo non era mai solo nutrimento, ma veicolo di messaggi, emozioni, appartenenze. Così, anche un semplice coniglio, cotto con pazienza in un tegame di terracotta, poteva trasformarsi in un pegno d’amore, in una promessa, in un segno di futuro condiviso.

Il cinema, Rizzoli e l’eleganza del gusto. Così Ischia ha incantato il mondo

Ischia non è sempre stata il gioiello turistico internazionale che conosciamo oggi. Fino agli anni Cinquanta, era un’isola rurale, legata alla sua terra, ai suoi vigneti, alle sue tradizioni contadine. Poi arrivò Angelo Rizzoli, editore milanese dal fiuto raffinato e dallo sguardo lungimirante. Fu lui a innamorarsi perdutamente dell’isola e a trasformarla in un set a cielo aperto. Con lui arrivarono i primi grandi film, le star del cinema italiano e internazionale, e il mito di Ischia prese a brillare come il sole sul mare del Castello Aragonese.

Rizzoli produsse pellicole indimenticabili ambientate sull’isola, come Vacanze a Ischia e La baia di Napoli con Clark Gable e Sophia Loren, che esportarono nel mondo l’immagine di un paradiso fatto di bellezza mediterranea, cultura, e quel misto irresistibile di semplicità e raffinatezza. Da allora, Ischia è diventata un punto di riferimento per artisti, scrittori, registi, e personaggi del jet set internazionale. E con loro, si è consolidata anche la fama della sua cucina, quella vera, fatta di memoria, sapori forti e autenticità.

Red Carpet di Vip

Il Focolare è diventata negli anni un punto di riferimento non solo per gli amanti della cucina tradizionale ischitana, ma anche per celebrità e personaggi illustri che cercano autenticità e sapori genuini. Tra gli ospiti più noti, spicca l’attore francese Gérard Depardieu, che ha definito Il Focolare “la migliore trattoria in Campania” durante le riprese di un documentario per il canale culturale francese Arte. Depardieu, accompagnato dallo chef Laurent Audiot, ha elogiato la cucina del ristorante, priva di additivi chimici e ricca di tradizione, sottolineando l’importanza dell’agricoltura sostenibile e della salvaguardia delle specificità locali. 

Anche attori internazionali come Andrew Garfield e Nat Wolff hanno scelto Il Focolare per assaporare la vera cucina ischitana, testimoniando l’attrattiva del locale per chi cerca esperienze culinarie autentiche.

La magia del Focolare

Mangiare presso la Trattoria Il Focolare a Ischia non è solo un piacere per il palato, ma un’esperienza che coinvolge tutti i sensi. L’ambiente rustico e accogliente, con pareti adornate da fotografie di famiglia. locandine di film e oggetti della tradizione contadina, crea un’atmosfera calda e familiare. Durante l’estate, la terrazza offre una vista mozzafiato sulla campagna ischitana, mentre d’inverno il camino acceso riscalda l’anima e il corpo.

La dedizione della famiglia D’Ambra alla qualità e alla tradizione è riconosciuta da importanti guide gastronomiche. Il Focolare è inserito nella guida “Osterie d’Italia” di Slow Food, ricevendo la prestigiosa “Chiocciola”, simbolo di eccellenza per le osterie che promuovono la cucina locale e sostenibile.

Trattoria Il Focolare a IschiaTrattoria Il Focolare a Ischia. Un legame profondo con la terra

Il Focolare è un progetto che mira a preservare e valorizzare la cultura agricola di Ischia. La famiglia D’Ambra coltiva direttamente molti degli ingredienti utilizzati in cucina, come le erbe spontanee e i fagioli zampognari, contribuendo alla salvaguardia della biodiversità locale. Questo legame profondo con la terra si riflette in ogni piatto, in ogni gesto, in ogni parola.

Oggi Il Focolare continua a essere un punto di riferimento per chi cerca un’autentica esperienza culinaria ischitana. La passione della famiglia D’Ambra, la qualità dei piatti e l’atmosfera unica del locale attirano visitatori da tutto il mondo, desiderosi di scoprire i sapori e le tradizioni di questa meravigliosa isola.

Se desideri vivere un’esperienza autentica, immersi nella tradizione e nei sapori di Ischia, Il Focolare è il luogo ideale. Qui ogni piatto racconta una storia, ogni ingrediente ha un’anima, ogni sorriso è sincero. Venite a scoprire il calore di una famiglia che ha fatto della passione per la terra e la cucina la propria missione.

Per ulteriori informazioni e prenotazioni, potete visitare il sito ufficiale: www.trattoriailfocolare.it


Nota: Questo articolo è stato redatto sulla base delle informazioni apprese sul posto e mira a celebrare la tradizione e la passione della famiglia D’Ambra nella valorizzazione della cucina ischitana.

Sei mai stato a Calcata? E’ un piccolo ed esclusivo borgo italiano che nasconde meraviglie sorprendenti! Questo pittoresco borgo medievale, situato a pochi chilometri da Roma, è un gioiello nascosto che ti lascerà senza fiato. Con le sue strade strette, i vicoli tortuosi e le case arroccate sulla cima di una collina, Calcata sembra uscita da un quadro di un artista rinascimentale. Scoprirai una miriade di attrazioni uniche su Calcata e su cosa vedere in questo tranquillo angolo di Italia continuando a leggere l’articolo.

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Calcata, cosa vedere

Il borgo di Calcata è protetto dai boschi della Valle del Treja e si erge maestoso dal cuore della vallata su uno sperone di rocce tufacee, quasi a toccare le nuvole. E’ in provincia di Viterbo, ma dista solo 40 chilometri dalla Capitale per cui è spesso meta di gite fuori porta dei romani, soprattutto nel week end. Le sue origini sono legate al popolo falisco, vissuto in zona contemporaneamente agli etruschi.

Rimasto per diversi anni semi abbandonato ha visto un ritorno di splendore attorno agli anni sessanta quando, notato da una comunità di artisti, diventa dimora abitativa e lavorativa di pittori, musicisti, scrittori e attori, divenendo un colorato centro multietnico. Calcata vanta un delizioso centro storico, facilmente visitabile in mezza giornata, ricco di scorci fotografici pazzeschi e di locali in cui assaggiare le prelibatezze gastronomiche locali. 

Calcata, cosa vedere. Oltrepassa la porta del borgo

Una volta oltrepassata l’antica porta di accesso al borgo di Calcata, che sovrasta le mura merlate del palazzo dei Baroni Anguillara, immergiti nella sua atmosfera vintage, fatta di botteghe artigiane e di colonie feline. Sulla piccola piazza del villaggio infatti trovi concentrata la vita locale e, tra ristoranti, vecchi forni artigianali e negozi di ceramica artistica, trovi anche i veri abitanti del borgo vecchio: i gatti.

Da ogni angolo, vaso e portoncino, spuntano un paio di occhi curiosi seguiti da una codina dritta in cerca di coccole. I gatti di Calcata sono abituati al via vai dei turisti e sono ben disposti a lasciarsi scattare qualche foto in cambio di un grattino sulla schiena. E dove ci sono gatti, si sa, ci sono storie e leggende legate alle streghe..

Segui il canto delle streghe

Le curiosità e le leggende legate al borgo di Calcata in fatto di riti esoterici sono diverse e tutte profondamente interessanti. D’altronde l’oscura vallata del Treja ben si presta ai racconti misteriosi, alimentando non poco il mito di Calcata come borgo delle streghe.  Un’antichissima leggenda, risalente addirittura al periodo falisco, disegna Calcata come centro nevralgico di energie primitive provenienti dal sottosuolo.

Forse da queste arcaiche supposizioni sono nate tutte le storie e le dicerie riguardanti riti esoterici, occultismi e stregonerie. Supposizioni supportate però dai racconti dei pochi abitanti del borgo vecchio i quali ancora affermano che nelle notti di forte vento si sentono, tra i vicoli del villaggio, i canti delle streghe. Non c’è modo migliore di scoprire la verità se non passeggiando tra i vicoli di Calcata. 

Visita la Chiesa del SS. Nome di Gesù

Sulla piazza di calcata trovi la Chiesa del SS. Nome di Gesù, risalente al 1300. Al suo interno conserva un’acquasantiera del 1500 e un ciclo pittorico di Storie del Cristo. La chiesa però è famosa per aver custodito per anni la Reliquia del prepuzio di Cristo, scomparsa improvvisamente in misteriose circostanze. 

Calcata, cosa vedere nel borgo delle streghe vicino Roma

Una delle storie più raccontate nella zona riguarda proprio questa reliquia e vede come protagonista Gesù in persona. Eh già! Sembra infatti che il suo prepuzio, asportato dopo la circoncisione, era custodito nella chiesa del villaggio, qui portato da un soldato lanzichenecco dopo aver partecipato al Sacco di Roma del 1527. Il soldato, arrestato in quel di Calcata, imprigionato in una cella sul borgo scavò una nicchia nel pavimento per nascondere la santa reliquia. Reliquia che viene ritrovata solo una decina d’anni più tardi ma di cui ancora oggi non è riconosciuta l’appartenenza a Gesù Cristo.

Calcata diventa dunque, in seguito a questo importante ritrovamento, un importante centro di pellegrinaggio e attira venerandi da ogni parte del mondo. Nel 1983 però il Prepuzio di Gesù sparisce misteriosamente, sicuramente preda di ladri, e da allora non si ha più nessuna notizia a riguardo. Rimane però il culto della reliquia, ossequiata comunque durante la processione che si tiene nel borgo il primo gennaio di ogni anno e che richiama nel centro storico di Calcata centinaia di fedeli. 

Calcata, cosa vedere. Entra nel Castello Baronale Anguillara

Il Castello Baronale di Calcata risale al 1200 ma ha subito un’importante modifica strutturale nel 1500, ad opera degli Anguillara, gli allora Signori del borgo. Il Castello si trova proprio adiacente alla chiesa del SS. Nome di Gesù e nel corso degli anni ha cambiato innumerevoli proprietari fino ad essere impiegato, ad oggi, come sede degli uffici del Parco Regionale Valle del Treja. Ospita al suo interno, oltre agli uffici amministrativi dell’ente parco, anche spazi espositivi e viene spesso usato come sede per convegni o corsi di formazione. E’ il principale edificio del borgo vecchio di Calcata e la sua torre merlata domina tutto il centro storico, rimanendo visibile da ogni angolo del villaggio. 

Nel seminterrato del palazzo si trova una sala con volte a botte decorata con preziosi affreschi raffiguranti i simboli della famiglia Anguillara, forse un tempo destinata a sala di rappresentanza del casato. 

Entra nelle botteghe degli artisti

Come già detto in precedenza, Calcata è rimasta disabitata fino alla metà degli anni ’60, per ragioni di sicurezza legate ai crolli delle rocce tufacee sulle quali poggia l’intero borgo vecchio. E’ tornata a splendere solo dopo essere diventata sede e dimora di numerosi artisti provenienti da ogni parte del mondo, che hanno messo radici nel borgo vecchio di Calcata rianimandolo in ogni suo tessuto.

Calcata, cosa vedere nel borgo delle streghe vicino Roma

Botteghe, laboratori creativi, grotte musicali scavate nel tufo sono diventate negli anni punti turistici strategici, dove ammirare e comprare prodotti artistici in un’atmosfera prettamente bohemien. Passa dunque a vedere i bijoux artigianali fatti con i sassolini o le maschere di cuoio dalle forme bizzarre, senza tralasciare la bottega dell’artista olandese che realizza marionette e figuranti con un peculiare impasto fatto con legno. 

Calcata, cosa vedere. Visita il Museo della civiltà contadina

Nella vecchia chiesa sconsacrata di San Giovanni trovi il Museo della civiltà contadina di Calcata, gestito da Ercole di Sora e suo figlio. E’ un prezioso luogo dedicato alla memoria della comunità contadina della zona e conserva oggetti e attrezzi agricoli del passato, con una stima di circa 500 pezzi utilizzati nell’agro falisco per gestire sia la vita domestica che le campagne dei dintorni. 

Calcata, cosa vedere nel borgo delle streghe vicino Roma

L’attrezzo più antico risale al 1600 ed è una gramola per filare la canapa, seguito da una impastatrice per il pane del ‘700 e dalla sedia da barbiere del 1800. Vale la pena visitare questo museo per la storia racchiusa tra le sue mura, poichè dietro ogni piccolo attrezzo si nasconde una storia, fatta di fatica e amore per una terra in cui l’agricoltura era l’unica e preziosa fonte di sostentamento. 

Info e costi:  Il Museo della civiltà contadina è aperto solo il sabato, dalle 11:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 18:00, e la domenica con orario continuato, dalle 11:00 alle 18:00. L’entrata è gratuita.

Ascolta i magici suoni della Grotta sonora

Nel vecchio borgo di Calcata c’è anche una Grotta sonora, un ipogeo in cui puoi ascoltare i magici suoni di strumenti particolari, progettati e realizzati in maniera del tutto artigianale. Due artisti, Madhava e Margherita, hanno creato un progetto unico che usa le vibrazioni di diversi tipi di metallo per creare dei suoni attraverso le percussioni di particolari gong.

Una sperimentazione fuori dalle righe apprezzatissima dai visitatori della Grotta sonora, all’interno della quale puoi fare un viaggio tra i singolari suoni che escono dalle sculture musicali costruite a mano. Visitare questo spazio creativo e interattivo è una delle esperienze più straordinarie da fare a Calcata, permettendoti di creare un contatto emozionale con il suono e le sue vibrazioni. 

Info e costi:  La Grotta sonora è visitabile previo prenotazione. Puoi mandare una mail a grottasonora@gmail.com per avere tutte le informazioni a riguardo.

Dove mangiare e dove dormire a Calcata

Se vuoi assaggiare i prodotti tipici locali rimanendo in contatto con l’atmosfera creativa e bohemien del borgo, prenota un tavolo da Ristorante Opera. Si trova proprio sulla piazza principale di Calcata e la sua cucina è davvero sorprendente, fatta di cose semplici ma con la giusta attenzione per i dettagli. Il locale, intimo e accogliente, al suo interno raccoglie opere di diversi artisti, prevalentemente di donne creative, tutte appartenenti ad un progetto più ampio che si chiama Opera di Donne.

Calcata, cosa vedere nel borgo delle streghe vicino Roma

Assaggia i piatti tipici locali per eccellenza, i cappellacci calcatesi- Sono deliziose sfoglie, simili a crepes, ripiene di ingredienti genuini, come castagne, crema di porcini e peperoncino. Gli ingredienti variano in base alla stagionalità e dopo i deliziosi primi piatti, per concludere il pasto, ti consiglio di provare i dessert di Opera Ristorante. Rigorosamente preparati in casa sono una vera e propria delizia per il palato. 

Opera di Donne ha creato anche una tipologia di soggiorno perfetta se viaggi in famiglia. Dispone infatti di Opera Suites, deliziose stanze poste nel borgo diffuso, ognuna con una propria personalità. Gli arredi ad esempio sono fatti a mano da artigiani locali. Se viaggi in coppia invece e vuoi rimanere nel centro storico di Calcata puoi pernottare presso La Maison Chanely, una suite di lusso posta proprio all’entrata del borgo vecchio, dove puoi continuare a vivere l’atmosfera rilassante della città vecchia tra bagni caldi e viste spettacolari sullo skyline di Calcata. 

Perchè visitare Calcata?

Se hai bisogno di staccare la spina per una giornata o per un week end, lasciandoti coccolare solo dai suoni della natura, Calcata è il posto perfetto per te. La città vecchia è un posto magico, ricco di meraviglie e di angoli pittoreschi da ammirare in modalità lenta, lasciandoti trasportare nell’atmosfera hippie del centro storico.  A Calcata non prendono i cellulari, puoi staccare dai social e regalarti momenti di sorprendente armonia, fuori dal caos cittadino e senza lo stress della frenesia quotidiana. Lasciati dunque guidare dal canto delle streghe e goditi la passeggiata, in equilibrio con te stesso e con quello che ti circonda. 

 

 

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